London, July 2016

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Frame me here
pin me to this evening
of summer dresses and topless
joggers running from business
into a bustling busy city
that wakes at the close
that gathers its strength
that swipes the day clean again
loses its filters and sheens
that walks close to its lovers
its friends its followers
make this night a hashtag
make it viral in its living beating buzz
make it sing make it dance in the street
make it jump to reach its signs:

the world is not ending
any time soon
we have more nights to write
more walks to write
more books to write
more smiles to write
more plans to write
more to write
than we possibly can
in just this one worldful

Danez Smith

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‘When the world is too much.’ Quando il mondo è troppo. Da sopportare, da sostenere, da seguire.

Non è la mia di voce che importa, che serve, che conta al momento. Rinuncio quindi alle discussioni sull’invisibilità di chi traduce, per fare da tramite a queste, di voci. Una al giorno. Diciassette giorni. Diciassette voci, per più di 530 persone uccise.

Da estate, da qualche parte

[…]

non serve la geografia
ora che siamo al salvo ovunque.

indica quello che vuoi
& chiamalo chiesa, casa, o amore.

il paradiso è un mondo dove tutto
è asilo e niente è un’arma.

qua, se cresce conosce il suo posto
nella storia. ieri, un pioppo

mi ha detto di un vecchio bosco
colmo di frutti che chiamerei zio

strabordanti di polpa rossa & in fiamme,
raccolto di campane scure mosse dal vento.

dopo esser caduto dall’arto
ho baciato resina nella ferita.

sai cosa vuol dire abitare
in un posto che ti ama a sua volta?

qua vogliono essere tutti neri & lo sono.
guarda – il bosco è uno stormo di ragazzi

mai cresciuti, che fioriscono
all’infinito, capelli afro come corone d’acero

che si ergono come resina verso cielo. guarda
Bosco che corre sotto la pioggia, rami

che si sciolgono in ricci di carta, che schiva
sotto il monte per trovare riparo. guarda

la montagna si scopre un ragazzo.
guarda Montagna e Bosco che giocano

sotto la pioggia, guarda la pioggia che scioglie tutto
in un ragazzo occhi marroni & peluria bagnata –

il lago diventa un ragazzo nella pioggia
la palude – un ragazzo nella pioggia

i campi di lavanda – fratelli
che ballano tra le tempeste.

se premi l’orecchio al suolo
lo senti mormorare, non come pieno

di scarabei & altri dei minori
ma come una bocca pregna di verbo

& altre glorie. ascolta il suolo
il suo crescendo di un ragazzo di ritorno.

vieni. celebra. questo
è l’ognigiorno. ogni giorno

santo. ogni giorno santa
festa. ogni giorno nuovo

anno. ogni anno, giorni si allungano.
tempo ingombro di ragazzi. i ragazzi

Oh i ragazzi. arrivano ancora
a fiumi. il vecchio mondo

li strangola. il nostro nuovo
non smette di sputarli fuori

chiedi al ragazzo-montagna di prenderti
sulle spalle se vuoi vedere

il vecchio mondo, chiedigli di sporger
-si & sarai a casa. scendigli

& cammina nel quartiere.
cresci le ali & vola sulla città.

tutte le armi mirano al cielo.
gli avvertimenti ti tritano le piume.

ricadi sulla parte non-metallica
della montagna, piangi se devi.

quel mondo ci ha resi materia
oscura. abbiamo chiesto solo i nostri nomi

su una bocca che conosciamo
da decenni. alcuni miracolati

conoscevano la bocca.
i decenni ci hanno tradito.

là, sono affogato, addietro, una volta.
là, sapevo nuotare ma non potevo.

là, uomini a riva & guardavano me che affogavo.
là, ero pesce morto, il fiume il mio signore.

là, avevo una faccia & poi non più.
là, mia madre ha pianto per me

ma io non c’ero. ero qua, nella mia
acqua, cantando una canzone imparata da qualche parte

a sud di qualche parte peggio. è stato quando
le direzioni importavano. ora, ovunque

sono è il centro di ogni cosa.
sono il signore di qualche cosa.

cosa ero prima? un ragazzo? un figlio?
un’avvertenza? un mito? ho fischiato

ora sono il signore dei fischi.
ho costruito il mio Olimpo lungo la corrente.

non sei benvenuto qua. fidati
il viaggio ti uccide. vai a casa.

ci siamo guadagnati questo paradiso
con una morte che non ci meritavamo.

sono sicuro ci sono altri qui.
un qualche parte per ogni tipo

di qualcuno, un paradiso di brune
ragazze che si intrecciano su scalinate d’oro

ma qui  —

come to lo posso spiegare —

qualcuno ha pregato che riposassimo in pace
& eccoci qua

in pace                 intera                 per l’intera estate

Morgan Parker

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‘When the world is too much.’ Quando il mondo è troppo. Da sopportare, da sostenere, da seguire.

Non è la mia di voce che importa, che serve, che conta al momento. Rinuncio quindi alle discussioni sull’invisibilità di chi traduce, per fare da tramite a queste, di voci. Una al giorno. Diciassette giorni. Diciassette voci, per più di 530 persone uccise.

Lasciatemi sbrigare le mie cose, cazzo

Mi ci è voluto del tempo per imparare le parole buone
far piovere sulla mia finestra cresciuta
e sexy ora sono nella vasca che tengo giù
quel Bordeaux scontato che faccio finta
di essere sana e a posto sono su quelle vere
stronzate jazz a volte rincorro per strada
a volte rincorrono me sono il corpo
della regina del mio quartiere pieno
di vino poco buono droghe poco buone maiale mu shu
ritmi da paura che ti posso dire di più
apro le mie gambe trendy ritrovo il mio atteggiamento
lascio che uomini coi denti d’oro si prostrino alle mie tette
e le vesciche sotto i piedi diventano elettriche
sono una piazzola d’erba le radici tenui
che chiami casa o sorella se vuoi
potrei graffiarti gli occhi far morire di nuovo l’hip-hop
ci sono con quella stronzata della donna adulta prima di rompere
il collo della bottiglia ne verso un po’: sono caduta

 

Angel Nafis

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‘When the world is too much.’ Quando il mondo è troppo. Da sopportare, da sostenere, da seguire.

Non è la mia di voce che importa, che serve, che conta al momento. Rinuncio quindi alle discussioni sull’invisibilità di chi traduce, per fare da tramite a queste, di voci. Una al giorno. Diciassette giorni. Diciassette voci, per più di 530 persone uccise.

Gravità

Dopo Carrie Mae Weems, “The Kitchen Table Series”

I. LA GOCCIA

Puoi gettarlo via Forse dovresti assumere più neri
Di dove sei veramente Non hai da fare vero Oggi sei più etnica
Dov’è la sezione Afroamericana Puoi abbassare la musica
Veloceveloceveloce Fammi vedere quegli occhi Bellissima Se fossi mia
Non ti farei mai uscire di casa È come se fossi andato direttamente in Africa
a prenderla questa Sono i tuoi capelli cioè i tuoi per davvero Culonero
Hai le gengive nere Tu nera Tu puzzi Ti serve la permanente
Non per essere
Razzista

Ma
Hai cicatrici ovunque, sono l’unico che sanguina
Hai la tendenza a squarciare ogni cosa che dico
Hai detto scusa solo due volte
Abbiamo un tacito accordo
Poi io morto

II. IL VASO

Quando sei nata sul fiume di qualcun altro su una barca maledetta tutto
Ti cade a pezzi da qui. Ha. Scherzo. Ti direi per cosa mi manca il tempo ma mi manca il tempo. Segui. Domanda. Boss. Aureola.
Schivo la fine del mondo. Gonfio il petto. Adorno il collo. Boom,
Come una 808. Una su un milione. Non voglio sostituti. Tu non sai
il mio nome. Tutto quello che dico è magia. Ho venticinque anni. Ne ho novanta. Ne
ho dieci. Sono carbone senza luna. Amante amara. Denti nascosti sotto
al velluto. Sono qua e tuoi occhi fortuna. Sono qua e tuo futuro fortunato.
Ha. Dio mi ha detto di dirti che sono carina. Ha. La mia pelle come Mida tocca
i palazzi che passo a piedi. Ha. Ogni giorno ancora viva il meteo dice:
Oro. Lo so. Lo so. Dovrei lasciarvi stare, sale della terra
anche pepato. Ma ecco lo specchio, stuzzica lo spirito. Perché non posso tornare indietro.
Oppure. Le ragioni perché succede. Nomi come un carro in fiamme. Baby, è
vero. Il viso bianco fa capolino nella tenda. Asino e dio. Sono
smussata per l’olezzo. Sono cattiva. Scavo fosse mentre rido.

Aracelis Girmay

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‘When the world is too much.’ Quando il mondo è troppo. Da sopportare, da sostenere, da seguire.

Non è la mia di voce che importa, che serve, che conta al momento. Rinuncio quindi alle discussioni sull’invisibilità di chi traduce, per fare da tramite a queste, di voci. Una al giorno. Diciassette giorni. Diciassette voci, per più di 530 persone uccise.

Elegia

Cosa farne di questo sapere
che il nostro vivere non è certezza?

Magari un giorno tocchi il ramoscello ancora verde
di qualcosa di meraviglioso. & cresce & cresce
nonostante i tuoi compleanni & il certificato di morte,
& un giorno fa ombra sulle teste di qualcosa di meraviglioso
o si rende utile al nido. Esci
di casa, allora, e credici.
Non importa altro.
Su di noi è il toccarsi
di sconosciuti & pappagalli,
alcuni di loro umani,
alcuni di loro non umani.
Ascoltami. Ti sto dicendo
una cosa vera. Questo è l’unico regno.
Il regno del tatto;
il tocco delle sparizioni, delle cose

Safia Elhillo

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‘When the world is too much.’ Quando il mondo è troppo. Da sopportare, da sostenere, da seguire.

Non è la mia di voce che importa, che serve, che conta al momento. Rinuncio quindi alle discussioni sull’invisibilità di chi traduce, per fare da tramite a queste, di voci. Una al giorno. Diciassette giorni. Diciassette voci, per più di 530 persone uccise.

autoritratto in caso di sparizione

ho paura che tutti siano morti & non ha messo posto
il mondo questo doveva essere l’aldilà
dei paesi in fiamme che le nostre madri
si sono lasciate alle spalle
ragazze con padri fuggiti o spariti
sorelle di ragazzi scuri segnati a morte
& i nostri
corpi velati & messi in fila su tappeti da preghiera
spariamo anche noi & chi ci piange chi
cade nel vuoto che lasciamo nel mondo

Warsan Shire

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‘When the world is too much.’ Quando il mondo è troppo. Da sopportare, da sostenere, da seguire.

Non è la mia di voce che importa, che serve, che conta al momento. Rinuncio quindi alle discussioni sull’invisibilità di chi traduce, per fare da tramite a queste, di voci. Una al giorno. Diciassette giorni. Diciassette voci, per più di 530 persone uccise.

cosa hanno fatto ieri pomeriggio

hanno dato fuoco alla casa di mia zia
ho pianto come piangono le donne in tv
piegandomi in due al centro
come una banconota da cinque.
ho chiamato il ragazzo che una volta mi amava
ho tentato di rassettare la voce
ho detto ciao
ha detto warsan, che c’è, che è successo?

ho pregato in questi giorni,
e le mie preghiere fanno così;
signore
vengo da due paesi
uno ha sete
l’altro va a fuoco
entrambi hanno bisogno d’acqua.

più tardi quella sera
ho tenuto un atlante in grembo
ho scorso le dita sul mondo intero
e ho sussurrato
dove ti fa male?

mi ha risposto
ovunque
ovunque
ovunque

Nate Marshall

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‘When the world is too much.’ Quando il mondo è troppo. Da sopportare, da sostenere, da seguire.

Non è la mia di voce che importa, che serve, che conta al momento. Rinuncio quindi alle discussioni sull’invisibilità di chi traduce, per fare da tramite a queste, di voci. Una al giorno. Diciassette giorni. Diciassette voci, per più di 530 persone uccise.

Lode

lode al Hennessy, il bruno
lucido, la bruciatura sorda. lode
alla sfida, al prendi, la non-faccia
che devi far vedere.
lode alla casa, le sue molte stanze,
il parquet e i divani crema in pelle;
la sua ricchezza. lode ai ricchi, la loro
amicizia.
lode agli amici: il figlio di chi ha,
il figlio di chi ha, il figlio di ah,
il figlio di chi è aiutato, il figlio di chi è aiutato.
lode alla diversità ma lode al Hennessy,
e ancora e ancora. lode
al nuovo anno in arrivo. lode al mio inciampare,
l’occhio tremolante, il braccio fluido, ma la mano
ferma. lode alla mia mano, il bruciore che ha.
lode al lanciarsi nel ventre di un amico; il zupparsi
della mia mano nel suo costato. lode alla morbidezza della pelle,
il modo in cui cede sempre.
lode al tirare, al calmarsi.
lode al col cazzo, il tuffarsi dentro di nuovo a tutti
e cinque i miei amici a pugni tesi. lode a tutti
e cinque i miei amici che mi tengono sul tappeto
spesso, ginocchia sulla schiena. lode alla mia schiena,
a come fa male e si alza comunque, come si gira,
come è la migliore amica dei miei pugni.
lode alla stecca che arriva, come frusta
l’aria come un bambino disubbidiente, lode al disobbedire
e tutto il rilassarsi che non faró.
lode al mio sorriso da bambino, la gioia
di affondare un ginocchio nella guancia del mio migliore amico.
lode al suo sangue, come brilla, come un sole in cui mi crogiolo.
lode al mio sangue, il naso che cola libero senza sforzi,
il suo grumo e sapore, lode all’inghiottire,
sale e dolcezza.
lode al mattino, il blu impossibile,
gennaio nel Midwest su di noi. lode
ai blu sbiaditi dei miei jeans da tutto
il bruno. lode al bruno lucido, la sorda
bruciatura.
lode a tutti e sei nei miei jeans, sale
e vita asciugati sulle mie cosce
si mescolano, non si fanno lavare via.

Hanif Abdurraqib

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‘When the world is too much.’ Quando il mondo è troppo. Da sopportare, da sostenere, da seguire.

Non è la mia di voce che importa, che serve, che conta al momento. Rinuncio quindi alle discussioni sull’invisibilità di chi traduce, per fare da tramite a queste, di voci. Una al giorno. Diciassette giorni. Diciassette voci, per più di 530 persone uccise.

Se è l’estate del 2009

e sei in una macchina con piú corpi
dentro che numero di porte fuori
e “Party In The U.S.A.”
viene trasmessa alla radio, tutti iniziano a cantare.
Non c’é discussione. Succede basta
anche quando l’aria si é rotta e il sole ti scava
la pelle cercando qualcosa da prendere e spaccare
in due, o anche quando in questa bagnarola da rottamare,
tramandata in famiglia come una malattia,
la tua mano sfiora la mano che eri troppo
timido per trascinare in pista mentre il gruppo suonava
un altro bis nella notte, cantando “Party In The U.S.A.”
con le finestre abbassate non c’è cazzi.
Anche se devi attaccare il pilota automatico sulla strada vuota
per chiudere gli occhi e ti sgoli sulla nota alta,
questi sono i sacrifici che una generazione come la nostra deve fare.
Nessuno fa finta di non sapere le parole
come questa canzone, questo dolce heavy metal non arrivò
allo stomaco di bambini come noi, pregando per una via d’uscita
in una notte che salveremo per quando avremo bimbi in braccio e voglia di nostalgia.
Tutti la cantano tutta, anche Jason che è cosí punk rock che sanguina su tutto
così punk rock che fa sempre finta d’esser morto
un giochetto ha imparato quando eravamo bambini e il bar
giù a Livingston smise di servire suo padre molto prima dell’ultimo giro
e non c’erano più cose da rompere
in casa sua tranne le ossa di qualcosa
che gli somigliava.
Cantiamo tutti, ma il cantare non perdona la nostra gioventù
per essere segno di tempesta,
non può evocare il guscio di una casa in cui le nostre madri stanno ancora
respirando e ballando lente con la brezza nel salotto.
Canta perché fa bene avere qualcosa in questo paese
fa bene far passare qualcosa in bocca
e lasciarla mescolare ad altre voci che forse conoscono il lutto
che ti porti addosso o almeno lo faranno al secondo ritornello
o direttamente a fine pezzo
o per quanto ci metterà il sole a stufarsi di noi
e lasciare questo posto
tutto nella sua scia una pozzanghera che ci godiamo abbastanza a lungo per dimenticare
che siamo neri ventenni cioé troppo vecchi
per queste cazzate
e per cazzate ovviamente intendo vivere
Ovviamente voglio dire che abbiamo trascinato i cadaveri di abbastanza fratelli più giovani per poter dimenticare che a quest’ora dovremmo esser già morti
dovremmo avere la decenza di alleggerire l’America
col nostro morire sul ciglio di una strada dissestata
e questo forse spiega il silenzio che matura in una macchina
accostata sulla I-72 alle 2 del mattino con nessuno in
vista tranne noi e quattro poliziotti che scambiano
la nostra sbandata di gioia per ebbrezza o peggio e
sapere cosa ci lasciamo dietro se usciamo da un’auto,
che ci sono troppi modi di chiedere le mani in vista dopo la fine di una festa,
quando le grida squarciano una notte cosí sgozzata che può essere solo una bara dove
a pezzi per il tremare, sappiamo di dover
obbedire a tutto
dopotutto
É la nostra canzone.

Diamond Sharp

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‘When the world is too much.’ Quando il mondo è troppo. Da sopportare, da sostenere, da seguire.

Non è la mia di voce che importa, che serve, che conta al momento. Rinuncio quindi alle discussioni sull’invisibilità di chi traduce, per fare da tramite a queste, di voci. Una al giorno. Diciassette giorni. Diciassette voci, per più di 530 persone uccise.

Black Lady Lazarus 

Morire è un’arte e noi ragazze nere lo facciamo così bene.
Sandra &
Aiyana &
Rekia &
Tanisha &
Yvette &
Miriam &
Shelly &
Darnisha &
Malissa &
Alesia &
Shantel &
Shereese &
Tarika &
Kathryn &
Alberta &
Kendra &
Natasha &
Janisha &
Mya &
Eleanor &
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