Ricreazione, di Audre Lorde

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Venire insieme
è più facile da lavorare
dopo che i nostri corpi
si trovano
carta e penna
né preoccupazione né profitto
se scriviamo o meno
ma come si muove il tuo corpo
sotto alle mie mani
carico e in attesa
spezziamo la catena
mi crei contro le tue cosce
collinosa con scenari
che si muovono nei nostri paesi di parole
il mio corpo
scrive nella tua carne
la poesia
che fai di me.

Toccandoti afferro la mezzanotte
e la luna mi accende un fuoco in gola
ti amo da carne a fioritura
ti ho creata
e ti prendo creata
dentro di me.

[Originale in inglese di Audre Lorde, ‘Recreation’]

Il cuore è una terra straniera, di Rangi McNeil

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La nostra è lingua parziale e in parte pantomima
in parte sudicia supposizione: speculazione adulterata
in significato & motivazione.

Tradotto, cuore indica un congegno familiare,
universale ma la composizione chimica varia –
anche a componenti solite e non fuori dal comune.

Il mondo non ci deve niente. Ci promette anche meno.
Chiamala: libertà. Libero arbitrio. O mercoledì.

[Originale in inglese di Rangi McNeil, ‘The Heart is a Foreign Country’]

Matassa, di Caroline Wong

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Mia madre mi ha lasciato una valigia di maglioni

li sferrava di mohair, lana, acrilico
in misti di ocra lucida
carminio vivo, blu sobrio, verde mare.

La vedo ora nella sua sedia rossa
preferita alla finestra davanti
i piedi su uno sgabellino
la luce del sud che si riversa in silenzio
mentre siede, e lavora a maglia
riempiendo le ore di pietra che le segnavano i giorni.
Le labbra le si muovevano mute
come se contasse i punti
intricati e nuovi sui suoi ferri consumati.

Persa nei suoi ricordi
intonava stralci di conversazioni lontane
che si dipanano dalla matassa di memorie
nell’improvvisa penombra che allaga la stanza.

[Originale in inglese di Caroline Wong, ‘Skein’]

Autopsia, di Sherman Alexie

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Ho sognato stanotte il mio passaporto sanguinante.
Ho sognato che il mio passaporto era il masso
funebre per i nostri Stati Uniti, recentemente defunti.
Ho sognato che mio passaporto era fatto d’osso –

che era una canoa scavata nel sasso.
‘Non so nuotare,’ ho detto. ‘Annegare è inevitabile
se non raggiungo riva. Sarò solo nel mio collasso
nel sale. No, troveranno il mio cadavere

con altri corpi, tutti marroni, un numero incalcolabile.’
Ho sognato che il mio passaporto era un libro di preghiere,
inascoltate dagli dei, invece fatte scrivere
da verificatori incravattati. ‘C’è più di un errore

nei suoi documenti,’ mi hanno detto. Sembrava grave,
mi han portato in una stanza di unghie su piastrelle sporche.
Ho sognato che il mio passaporto era la chiave
ma i soldati avevano bruciato le porte,

tutte le porte—una conflagrazione di porte.
Ho sognato che il mio passaporto era il mio pastore:
‘Sherman, contro i carnivori ti batterai forte
o darai le spalle ai più deboli, a chi già muore?

Sarai rifugio? O sarai collaboratore?’
Stanotte, ho sognato il mio passaporto che vive
mentre entra in terapia intensiva. Respira, gli batte il cuore,
poi sospira e chiude gli occhi. Non sopravvive.

[Originale in inglese di Sherman Alexie, ‘Autopsy’]

Sulla dissidenza, di Joanne Leow

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La rete che preme contro
la tua pelle,
fatta di fibre sottili d’acciaio
che lasciano un’impronta solo
quando ti ci spingi contro.

Abbiamo passato buona parte delle nostre
vite senza sapere della sua esistenza.

Se lavorassi in silenzio con un taglierino su
questo lato della rete
per creare un’apertura minuscola
non penso riuscirei
a districartene fuori.

Ho lasciato persone anch’io.

Quello che mi rimane è di infilare piccoli
pezzi di carta piegati attraverso
i buchi nella rete.
Ripiego ogni missiva, ne spingo
una serie dall’altra parte.

Si leggono come frammenti
sconnessi. Forse li prenderai
uno ad uno, li poserai
a terra, piatti, li riordinerai
in modi che hanno
senso per te.

Posso solo ricordarti
che io mi ricordo. Che
aspiro alla precisione,
anzi, alla verità.

Da questo lato, la rete luccica.

[Originale in inglese di Joanne Leow, ‘On Dissidence’.]

giardiniere, di Lisa Zhang

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ho sentito da mia madre che
devo essere una persona completa
prima di poter amare.
beh, sono stata architetto.
ho versato cemento per anni,
ed ho un edificio brutale
che sembra fatto per resistere.

è un errore –
cercare di sopravvivere alla vita.
non sarò mai completa.

per tutto il mio imparare,
so ancora meno di socrate
ma so questo:
ti meriti qualcosa che cresce –
diventiamo giardinieri.

voglio amarti in un groviglio di liane –
spierò in quell’ammasso di verde
e sarai lì, okay con come sono –
mentre piango dentro come una bambina
o affetto i miei nemici con la lingua di mia madre.

curiamo il nostro giardino ogni giorno,
ogni notte,
ecco la routine:
la luce di una piccola lampada da condividere.
dormiamo in una piccola giungla
finché non arrivo al mondo dei sogni –
tu perdi i sensi fino a mattina

[Originale in inglese di Lisa Zhang, ‘the gardener‘]

on the Osaka loop line

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cities were never really my thing
but there is something here that
calls – maybe not to me but
maybe not to all of me maybe not
as loudly as it thinks but I
do hear my name ringing
in the jingle of traffic lights
in the chirping of train platforms
and it draws me closer, line after
line to a feeling no longer
just a sketch not just a draft
and no matter how much I laugh it away
it’s there it calls it carries me
for a while – just a little longer as
the light dims it carries more
than just my name, and eyelids
and limbs feel heavier and slower
than they have in a long time and
I let the city carry
the soft ringing of my name
slowly fading into town
fading from shi to cho
from here to home and I’m
back I’m back I’m back

Che la Forza sia con Te, di Meggie Royer

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E questa galassia immensa in cui vivevi,
tutte le stelle che alla fine sono esplose come il tuo battito
dopo anni di dolore che ti hanno indebolito il cuore.
Oggi, milioni di persone faranno linee di neve
contro finestre che si riempiono al buio
di un altro tipo di neve
e oggi, alcune di quelle persone ne parleranno
perché tu ne hai parlato.
T.S. Eliot una volta ha detto che il mondo finisce
non con uno schianto, ma con un lamento.
Quest’anno se ne va così:
non con un lamento,
ma con un affogare nel chiaro di luna.
Non con un lamento,
ma col tipo di colpo
che ti ha spezzato il cemento in testa.

[Originale in inglese di Meggie Royer, ‘May the Force Be With You’]

Etnografia, di Kristin Chang

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c’è una teoria per ogni cosa & tutte cominciano
con la luna in fiamme. la luna è mia antenata

ma ancora non lo so. la luna
mi illumina la pelle come una scena d’amore

nei film in cui ogni ragazza è un uccello
che si libra libera da una ferita, ogni ragazza

si sutura una mappa sulle palpebre
che si diparte dal suo corpo. quanti

generi di appetito, quanti
modi di avere fame: mi incarno

dove mi dici che mi vuoi, affetta
i miei fianchi in appigli & intenerisci

le mie labbra che colano luce
il colore del grasso

di coscia, mi suono in bocca a te,
il tipo di urlo che strappa via

un pollice alla radice. i ragazzi
dimostrano la durezza piantandosi

come lame di coltello in corpi da
preda, prega che i corpi

siano più dei loro cuori impagliati
e impiumati, i loro cuori snocciolati

al centro: buco grande quanto un dito
dove prima c’era la luna. è normale

aver paura dei fantasmi e dei ricordi
di ragazzi. far nascere un pugno

e leccarlo pelato. Io prendo i fantasmi
a polmonate, li passo come

respiri, un corpo si adatta
a tutti i corpi al suo interno, così tanti

che mi chiami una macelleria. le
mani che mi hanno levata

le ho abbattute come frutta tenera, ho imparato
cosa vuol dire mietere: abbattere

le porte dalla casa, svelare
la stanza stipata dei miei denti caduti

& sputare nel piatto in cui mi offro

[Originale in inglese di Kristin Xinming Chang, ‘ethnography’]

No Comment, di Alessandra Naccarato

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Ho sentito di una stanza in cui entrano
donne incappucciate, scrivono date sui muri
con il bordo lacerato di un dito. Ho sentito
che puoi cifrare in numero i corpi, sul
bordo sgraziato del letto di alcuni uomini. È
questo che chiami giustizia? Se sì, perché non
rimuovere il cappuccio. Dicono che la stanza si chiude
da fuori. Mi chiedevo come ne fossi
uscita? Se ci puoi far vedere, sul tuo corpo.
Per esempio, un uomo lo abbiamo umiliato in pubblico.
È legato in tribunale, se cerchi credenziali
nella stampa. Quante donne stanno in piedi
in questa stanza? Dove pisciano e quanto
spesso? Puoi commentare sull’uomo che sta
denunciando la tua portavoce per calunnia? Quanto
vicino era il tuo corpo alla sua bocca? Hai scelto
il suo nome con la lotteria o le pagliuzze? Come
risponderai se vieni denunciata per questa poesia?

[Originale in inglese di Alessandra Naccarato, ‘No Comment’]