gli uomini piangono in palestra, di Andrew McMillan

Standard

gli uomini piangono in palestra
usano l’asciugamani per coprire
i singhiozzi    i cuori cresciuti troppo
per i loro petti    i petti cresciuti troppo
per le loro camicie    sono vestiti come bimbi
che si son dimenticati la roba da ginnastica
piangono nei cubicoli dei cessi
e poiché si sono scolpiti
come statue vuol dire che Dio
è entrato in loro    strizzano
il viso come asciugamani sudati
nel lavandino    le vene stanno per
rompere gli argini    stanno straripando
da se stessi sulle piastrelle
si sono cambiati l’acqua in shake
si sono avvicinati troppo agli specchi
si sono avvicinati troppo al vetro
e ora sono sdraiati
nella pozza incrinata dei loro visi
le loro file!    le distensioni declinate
la flessione per il bicipite    aspettano    fissano
davanti a sé    giurano che l’umido
sulle guance è solo sudore
che le parole mormorate mentre sollevano
non sono nulla    che non sentono
nulla quando il muscolo si strappa
da se stesso    che non sentono
le migliaia di piccole fratture
necessarie a costruire qualcosa di più forte

[Originale in inglese di Andrew McMillan, ‘the men are weeping in the gym’ in Physical]

Come amare, di January Gill O’Neil

Standard

Dopo aver rimesso piede al mondo,
c’è la questione di come amare,
come coprirsi per la mattina gelata –
lo scricchiolare dell’erba di ghiaccio sotto i piedi, lo stridio
di tergicristalli freddi sul parabrezza –
e convertire il tempo in distanza.

Che canzone cantare sulla strada vuota
mentre inizi la tua mattina da pendolare?
E c’è abbastanza in te da vedere, vedere davvero,
i tre tacchini selvatici attraversare la strada
le teste spiumate e gambe come trampoli
alla ricerca di un pasto? Niente da fare
tranne sistemarsi, aspettare che siano salvi dall’altro lato.

Mentre tentenanno via, ti chiedi se vogliano
essere stupiti di nuovo nel mondo. Forse lo vuoi anche te,
aspettando che tutto questo faccia strada all’amore,
guardare negli occhi di un altro e sentire qualcosa –
il piacere di un nuovo amante nella notte ancora intera,
le tue ali ripiegate su di lui, dall’altro lato
di questo gennaio lacero, come alla fine di un lungo sonno.

[Originale in inglese di January Gill O’Neil, ‘How to Love’]

Ricreazione, di Audre Lorde

Standard

Venire insieme
è più facile da lavorare
dopo che i nostri corpi
si trovano
carta e penna
né preoccupazione né profitto
se scriviamo o meno
ma come si muove il tuo corpo
sotto alle mie mani
carico e in attesa
spezziamo la catena
mi crei contro le tue cosce
collinosa con scenari
che si muovono nei nostri paesi di parole
il mio corpo
scrive nella tua carne
la poesia
che fai di me.

Toccandoti afferro la mezzanotte
e la luna mi accende un fuoco in gola
ti amo da carne a fioritura
ti ho creata
e ti prendo creata
dentro di me.

[Originale in inglese di Audre Lorde, ‘Recreation’]

Il cuore è una terra straniera, di Rangi McNeil

Standard

La nostra è lingua parziale e in parte pantomima
in parte sudicia supposizione: speculazione adulterata
in significato & motivazione.

Tradotto, cuore indica un congegno familiare,
universale ma la composizione chimica varia –
anche a componenti solite e non fuori dal comune.

Il mondo non ci deve niente. Ci promette anche meno.
Chiamala: libertà. Libero arbitrio. O mercoledì.

[Originale in inglese di Rangi McNeil, ‘The Heart is a Foreign Country’]

Matassa, di Caroline Wong

Standard

Mia madre mi ha lasciato una valigia di maglioni

li sferrava di mohair, lana, acrilico
in misti di ocra lucida
carminio vivo, blu sobrio, verde mare.

La vedo ora nella sua sedia rossa
preferita alla finestra davanti
i piedi su uno sgabellino
la luce del sud che si riversa in silenzio
mentre siede, e lavora a maglia
riempiendo le ore di pietra che le segnavano i giorni.
Le labbra le si muovevano mute
come se contasse i punti
intricati e nuovi sui suoi ferri consumati.

Persa nei suoi ricordi
intonava stralci di conversazioni lontane
che si dipanano dalla matassa di memorie
nell’improvvisa penombra che allaga la stanza.

[Originale in inglese di Caroline Wong, ‘Skein’]

Autopsia, di Sherman Alexie

Standard

Ho sognato stanotte il mio passaporto sanguinante.
Ho sognato che il mio passaporto era il masso
funebre per i nostri Stati Uniti, recentemente defunti.
Ho sognato che mio passaporto era fatto d’osso –

che era una canoa scavata nel sasso.
‘Non so nuotare,’ ho detto. ‘Annegare è inevitabile
se non raggiungo riva. Sarò solo nel mio collasso
nel sale. No, troveranno il mio cadavere

con altri corpi, tutti marroni, un numero incalcolabile.’
Ho sognato che il mio passaporto era un libro di preghiere,
inascoltate dagli dei, invece fatte scrivere
da verificatori incravattati. ‘C’è più di un errore

nei suoi documenti,’ mi hanno detto. Sembrava grave,
mi han portato in una stanza di unghie su piastrelle sporche.
Ho sognato che il mio passaporto era la chiave
ma i soldati avevano bruciato le porte,

tutte le porte—una conflagrazione di porte.
Ho sognato che il mio passaporto era il mio pastore:
‘Sherman, contro i carnivori ti batterai forte
o darai le spalle ai più deboli, a chi già muore?

Sarai rifugio? O sarai collaboratore?’
Stanotte, ho sognato il mio passaporto che vive
mentre entra in terapia intensiva. Respira, gli batte il cuore,
poi sospira e chiude gli occhi. Non sopravvive.

[Originale in inglese di Sherman Alexie, ‘Autopsy’]

Sulla dissidenza, di Joanne Leow

Standard

La rete che preme contro
la tua pelle,
fatta di fibre sottili d’acciaio
che lasciano un’impronta solo
quando ti ci spingi contro.

Abbiamo passato buona parte delle nostre
vite senza sapere della sua esistenza.

Se lavorassi in silenzio con un taglierino su
questo lato della rete
per creare un’apertura minuscola
non penso riuscirei
a districartene fuori.

Ho lasciato persone anch’io.

Quello che mi rimane è di infilare piccoli
pezzi di carta piegati attraverso
i buchi nella rete.
Ripiego ogni missiva, ne spingo
una serie dall’altra parte.

Si leggono come frammenti
sconnessi. Forse li prenderai
uno ad uno, li poserai
a terra, piatti, li riordinerai
in modi che hanno
senso per te.

Posso solo ricordarti
che io mi ricordo. Che
aspiro alla precisione,
anzi, alla verità.

Da questo lato, la rete luccica.

[Originale in inglese di Joanne Leow, ‘On Dissidence’.]

giardiniere, di Lisa Zhang

Standard

ho sentito da mia madre che
devo essere una persona completa
prima di poter amare.
beh, sono stata architetto.
ho versato cemento per anni,
ed ho un edificio brutale
che sembra fatto per resistere.

è un errore –
cercare di sopravvivere alla vita.
non sarò mai completa.

per tutto il mio imparare,
so ancora meno di socrate
ma so questo:
ti meriti qualcosa che cresce –
diventiamo giardinieri.

voglio amarti in un groviglio di liane –
spierò in quell’ammasso di verde
e sarai lì, okay con come sono –
mentre piango dentro come una bambina
o affetto i miei nemici con la lingua di mia madre.

curiamo il nostro giardino ogni giorno,
ogni notte,
ecco la routine:
la luce di una piccola lampada da condividere.
dormiamo in una piccola giungla
finché non arrivo al mondo dei sogni –
tu perdi i sensi fino a mattina

[Originale in inglese di Lisa Zhang, ‘the gardener‘]

on the Osaka loop line

Standard

cities were never really my thing
but there is something here that
calls – maybe not to me but
maybe not to all of me maybe not
as loudly as it thinks but I
do hear my name ringing
in the jingle of traffic lights
in the chirping of train platforms
and it draws me closer, line after
line to a feeling no longer
just a sketch not just a draft
and no matter how much I laugh it away
it’s there it calls it carries me
for a while – just a little longer as
the light dims it carries more
than just my name, and eyelids
and limbs feel heavier and slower
than they have in a long time and
I let the city carry
the soft ringing of my name
slowly fading into town
fading from shi to cho
from here to home and I’m
back I’m back I’m back

Che la Forza sia con Te, di Meggie Royer

Standard

E questa galassia immensa in cui vivevi,
tutte le stelle che alla fine sono esplose come il tuo battito
dopo anni di dolore che ti hanno indebolito il cuore.
Oggi, milioni di persone faranno linee di neve
contro finestre che si riempiono al buio
di un altro tipo di neve
e oggi, alcune di quelle persone ne parleranno
perché tu ne hai parlato.
T.S. Eliot una volta ha detto che il mondo finisce
non con uno schianto, ma con un lamento.
Quest’anno se ne va così:
non con un lamento,
ma con un affogare nel chiaro di luna.
Non con un lamento,
ma col tipo di colpo
che ti ha spezzato il cemento in testa.

[Originale in inglese di Meggie Royer, ‘May the Force Be With You’]