Etnografia, di Kristin Chang

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c’è una teoria per ogni cosa & tutte cominciano
con la luna in fiamme. la luna è mia antenata

ma ancora non lo so. la luna
mi illumina la pelle come una scena d’amore

nei film in cui ogni ragazza è un uccello
che si libra libera da una ferita, ogni ragazza

si sutura una mappa sulle palpebre
che si diparte dal suo corpo. quanti

generi di appetito, quanti
modi di avere fame: mi incarno

dove mi dici che mi vuoi, affetta
i miei fianchi in appigli & intenerisci

le mie labbra che colano luce
il colore del grasso

di coscia, mi suono in bocca a te,
il tipo di urlo che strappa via

un pollice alla radice. i ragazzi
dimostrano la durezza piantandosi

come lame di coltello in corpi da
preda, prega che i corpi

siano più dei loro cuori impagliati
e impiumati, i loro cuori snocciolati

al centro: buco grande quanto un dito
dove prima c’era la luna. è normale

aver paura dei fantasmi e dei ricordi
di ragazzi. far nascere un pugno

e leccarlo pelato. Io prendo i fantasmi
a polmonate, li passo come

respiri, un corpo si adatta
a tutti i corpi al suo interno, così tanti

che mi chiami una macelleria. le
mani che mi hanno levata

le ho abbattute come frutta tenera, ho imparato
cosa vuol dire mietere: abbattere

le porte dalla casa, svelare
la stanza stipata dei miei denti caduti

& sputare nel piatto in cui mi offro

[Originale in inglese di Kristin Xinming Chang, ‘ethnography’]

No Comment, di Alessandra Naccarato

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Ho sentito di una stanza in cui entrano
donne incappucciate, scrivono date sui muri
con il bordo lacerato di un dito. Ho sentito
che puoi cifrare in numero i corpi, sul
bordo sgraziato del letto di alcuni uomini. È
questo che chiami giustizia? Se sì, perché non
rimuovere il cappuccio. Dicono che la stanza si chiude
da fuori. Mi chiedevo come ne fossi
uscita? Se ci puoi far vedere, sul tuo corpo.
Per esempio, un uomo lo abbiamo umiliato in pubblico.
È legato in tribunale, se cerchi credenziali
nella stampa. Quante donne stanno in piedi
in questa stanza? Dove pisciano e quanto
spesso? Puoi commentare sull’uomo che sta
denunciando la tua portavoce per calunnia? Quanto
vicino era il tuo corpo alla sua bocca? Hai scelto
il suo nome con la lotteria o le pagliuzze? Come
risponderai se vieni denunciata per questa poesia?

[Originale in inglese di Alessandra Naccarato, ‘No Comment’]

Dovrei, di Franny Choi

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A dire il vero dovrei essere gentile con i bianchi
che mi sorridono per strada, che mi lasciano
entrare nelle loro riviste & scuole,
che mi prestano i figli per insegnargli.

Dovrei rispondere col sorriso all’uomo che mi chiama
bellissima. È una parola più cortese di erezione
anche se meno precisa. Facciamo tutti sacrifici
per tenerci gente intorno. Allora quando

la donna bianca si inchina, dovrei almeno
apprezzare lo sforzo, invece di lasciarne il sapore
marcirmi in bocca, yogurt acido,
latte & limone nella stessa tazza di tè.

& quando skinhead & cravatte sciamano
a chiamare la mia bocca troppo tagliente, troppo manuale,
troppo strillante & sirena & di sbieco, dovrei
apprezzare il riscontro, parlare propriamente,

lasciarmi lo sputo in guancia fino a renderlo un bagno
caldo per lenire tutta la brava gente che ho accusato
di lasciar fare alle loro mani il lavoro degli schiavisti
& ladri da cui discendiamo. Dovrei guastarmi,

arricciarmi, cullarli & dirgli che si meritano
tutte le loro spoglie. Che non devono niente al mondo
tranne la conquista. Che mi scuso per averli fatti
sentire a disagio. Mi scuso, cioè, per essere stata

arredamento disubbidiente. Dovrei scusarmi
per prendere tanto spazio quanto un uomo, oggi.
Per ridere troppo forte. Per camminare come se
volessi vivere. Per darmi un nome

al di là di una griglia turni & carne.
Per indossare pugnali alla festa. Per indossare
la mia sola, brutta faccia. Per cantare. Per cucinarmi
un pasto caldo. Per mangiarne ogni morso.

[Originale in inglese di Franny Choi, ‘Should’]

Scoraggiata, di Ada Limón

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Sei cavalli morti a causa di un trattore incendiato.
Fatto. Quello era il difficile. Volevo
dirvelo subito almeno possiamo
piangere insieme. Così tante cose tristi,
quella è solo una di una lista troppo lunga
che si avvolge e si stende nel petto,
nel diaframma, negli alveoli. Come
è che dicono, mal di cuore o scoraggiata?
Mi immagino un cuore sdraiato sul fondo
del torso, tirandosi le coperte
sopra la testa, pensando che il dolore sarà
per sempre (anche se non lo sarà).
Il cuore guarda film drammatici a lieto fine
e spera, e le mancano tutte le parti buone
di sé che ormai ha dimenticato.
Il cuore è così stanca di battersi
il petto, vorrebbe fermarsi del tutto,
ma vuole anche far tornare il sangue,
far tornare il brivido e il vento della corsa,
il corso veloce della vita che la guida.
Cosa vuole il cuore? Il cuore vuole
che tornino i suoi cavalli.

[Originale in inglese di Ada Limón, ‘Downhearted’]

Baia Inglese, di Evelyn Lau

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Di nuovo ci troviamo sulla battigia,
tra resti di conchiglia e plastica,
garza di alghe che mi intrappola i piedi come rete.
Fregate rosse e la grigia nebbia Onley delle isole.
Il luccicare a conchiglia del sole sull’acqua, cielo a lisca di pesce.
Pensavo ad un film in cui un uomo affogava
in mezzo all’oceano, onde enormi si ergevano
intorno a lui come dune nel deserto, e a come una volta ho detto,
è così che funziona, il dolore –
anni fa, prima che morisse qualcuno.
Chi sapeva quanto si sarebbe espanso l’oceano,
quanto sarebbero cresciute quelle onde.
Poi sono entrata in acqua, in quel mondo marino
di laminaria e plankton. Il verde che mi lambiva le gambe
ha viaggiato per miglia per arrivare in questa baia.
Un cappio di nuvole appeso all’orizzonte.
Spore, sabbia nell’aria ruvida. Non c’era nessuno a cui tengo.

[Originale in inglese di Evelyn Lau, ‘English Bay’]

Incidente su un Traghetto in Corea del Sud, di EJ Koh

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276 Morti (232 Studenti)
28 Dispersi (In Acqua)
1 Superstite Trovato Morto (Suicida)

Operazioni di ricerca ancora in atto.

Immagini rilasciate al pubblico: il capitano
che abbandona il traghetto in mutande. Scalzo, salta
in braccio an un altro. Sullo schermo, il viso è violaceo.
Sapeva che il traghetto era 300 volte oltre la portata, dicono.
Sapeva che le scialuppe erano rotte, il carico in bilico.
Dopo le immagini, il figlio del proprietario sparisce.
Il capitano è accusato di omicidio. Un ufficiale
della società per ispezioni SeaTrust è agli arresti.

Una volta ho preso lo stesso traghetto tra Incheon
e Jeju Island. I ponti erano verdi.
Gli studenti hanno sentito gli altoparlanti: ‘Non muovetevi
da dove vi trovate, rimanete dove siete.’
I miei genitori piangono nell’altra stanza. ‘Perché
gli studenti non sono saltati in acqua?
Gli americani avrebbero saltato.’ Mia mamma
è più colpita dal momento dell’affogo.
Hanno 15 anni. Alla loro età, credevo in Dio.
Chi ha detto che l’amore che non fa male non è amore?

Per la prima volta, mia mamma mi dice, ‘La Korea ha sbagliato.
Il mio paese ha sbagliato.’
La madre di un bambino morto si è tuffata nell’oceano.
Gli altri l’hanno tirata fuori, e lei è apparsa in televisione,
dicendo, ‘Mio figlio è in quell’acqua scura e fredda.’
Un volontario si è suicidato. Il primo ministro si è dimesso.
Le reti TV della Korea del Sud vieta musica, varietà, e giochi
per tre settimane. Mia mamma mi sveglia
a notte fonda. ‘Se ti trovi su una nave che affonda,’ mi dice,
‘non fidarti di nessuno. Non ascoltare nessuno.’

Durante un servizio funebre, un pastore presente alla pulizia
e la copertura dei corpi ha detto, ‘Quanto devono aver raschiato
ai muri questi studenti intrappolati per aver perso
tutte le unghie delle dita.’ La cappella scoppia a piangere.
Altre immagini da dentro la nave compaiono su YouTube
a richiesta dei genitori di uno studente morto.
Le immagini vengono trasmesse. Le facce vengono sfocate.
Le voci vengono cambiate. Stanno ridendo
per un secondo con tesa eccitazione. ‘Pensate che
saremo famosi?’ dice qualcuno, ‘Come col Titanic?’

[Originale in inglese di EJ Koh, ‘South Korean Ferry Accident‘]

Preghiera per un neo dannato, di Ocean Vuong

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Padre carissimo, perdonami perché ho visto.
Dietro al recinto di legno, un campo illuminato
d’estate, un uomo che preme una lama
contro la gola di un altro. Acciaio in luce
su collo lucido e liscio. Perdonami
per non averTi chiamato. Per aver pensato:
è così che ogni preghiera
inizia – le parole Ti prego che spaccano
il vento in frammenti, in ciò che
un bambino sente nel suo bisogno di sapere
come il dolore benedice il corpo
al suo peccatore. L’ora improvvisamente
immobile. L’uomo genuflesso, le sue labbra
contro stivali neri mentre le parole versate
dalla sua bocca come rosari
si infrangono per i troppi
Padre. È sbagliato amare
quegli occhi, vedere qualcosa di così
limpido e blu – implorare di restare
limpido e blu? La mia guancia si è contratta
quando il buio è fiorito dal suo inguine
e colato nella polvere ocra? Padre,
la lama non tarda a diventare
Te. Ma lasciami ricominciare: C’è un bambino
in ginocchio in una casa con le porte calciate
aperte all’estate. C’è una domanda che gli corrode
la lingua. C’è una lama che tocca
il Tuo nome incastrato in gola.
Padre carissimo, cosa succede al bambino
non più un bambino? Ti prego
cosa succede al pastore
quando le pecore sono cannibali?

[Originale in inglese di Ocean Vuong, ‘Prayer for the newly damned’]

Fascismo: a volte temo…, di Michael Rosen

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A volte temo che
la gente pensi che il fascismo arrivi agghindato
indossato da grotteschi e mostri
come una recita interminabile di Nazisti.

Il fascismo arriva come un amico.
Ti ridà il tuo onore,
ti fa sentire orgoglioso,
ti protegge la casa,
ti dà un lavoro,
ti pulisce il quartiere,
ti ricorda quanto valevi allora,
sloggia i corrotti e i venali,
rimuove tutto quello che senti diverso da te…

Non entra in casa dicendo,
‘Il nostro programma include milizie, carcere di massa, deportazione, guerra e persecuzione’.

[Originale in inglese di Michael Rosen, ‘Fascism: Sometimes I fear…’]

Speranza radicale, di Junot Dìaz

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Querida Q.:

Spero ti senta, se non propriamente meglio, almeno non altrettanto demoralizzata. Mercoledì, dopo la sua vittoria, mi hai cercato, volevi consigli, conforto, solidarietà. Mi hai scritto, Le mie sorelline mi hanno chiamato in lacrime stamattina. Non avevo niente da dargli. Mi sento in lutto. Ora cosa succede? Continuiamo a dire la verità da un angolo sempre più angusto? Lasciamo perdere tutto?

Ti ho risposto subito, perché sei la mia hermana, perché mi faceva male sentirti in questo stato. Ti offerto alcune parole di conforto, ma la verità è che non sapevo cosa dire. A te, ai miei figliocci, a voi che per un anno avete avuto incubi, sognando che vi deportassero i genitori, a me stesso.

Ho pensato alla tua email tutto il giorno, Q., e ho pensato a te durante la mia lezione serale. I miei studenti mi sono sembrati così scossi. Un paio hanno detto di quanto si sentivano impauriti e traditi. Due hanno pianto. Non è cosa semplice accettare il fatto che metà degli elettori – vicini, amici, parenti – sono stati disposti ad eleggere, al posto più alto del nostro paese, un misogino tossico, un demagogo razzista che vuole rendere l’America grande distruggendone il progresso civico degli ultimi cinquant’anni.

Ora cosa succede? mi hai chiesto. E lo stesso mi hanno chiesto gli studenti. Ora cosa succede? Ho risposto malamente come ho risposto a te, temo. E quindi mi trovo qua, di notte, provandoci un’altra volta.

Quindi cosa succede, ora? Beh, cosa più importante, è sentire. Dobbiamo unirci coraggiosamente nel rifiuto, nella paura, nella vulnerabilità che la vittoria di Trump ci ha inferto, senza voltargli le spalle o intorpidirci o scadere nel cinismo. Dobbiamo assistere a cosa abbiamo perso: la nostra sicurezza, il nostro senso di appartenenza, la nostra visione per il nostro paese. Dobbiamo compiangere tutte queste ferite appieno, in modo che non ci possano portare alla disperazione, per rendere possibile la ricostruzione.

E mentre processiamo questo difficile, necessario lutto, dobbiamo avvalerci delle vecchie compagnie che ci hanno aiutato in tempi bui. Ci organizziamo. Creiamo solidarietà. E sì: lottiamo. Per essere ascoltati. Per stare sicuri. Per essere liberi.

A chi di noi ha già lottato, l’idea di doverlo fare ancora, dopo una sconfitta così dura, sembrerà impossibile. In momenti come questo, anche una matatana può non sentirsela di andare avanti. Ma io credo che, una volta passato lo shock, fede e energia riaffioreranno. Perché, siamo realisti: sapevamo che non sarebbe stata una cazzata. Il potere coloniale, il potere patriarcale, il potere capitalista deve essere combattuto sempre e ovunque, perché loro non smettono, mai. Dobbiamo continuare a lottare, altrimenti non ci sarà un futuro – tutto sarà consumato. Chi di noi ha avuto antenati posseduti e allevati come animali conoscono quel tipo di futuro fin troppo bene, perché è, in parte, il nostro passato. E sappiamo che, lottando, contro tutto, noi che avevamo niente, nemmeno il nostro nome, abbiamo potuto cambiare il mondo. I nostri antenati lo hanno fatto con praticamente nulla, e noi che abbiamo di più dobbiamo fare lo stesso. Questo è il felice destino della nostra gente – affondare la trama della morale universale in così tanta giustizia che non potrà mai essere disfatta.

Ma tutto il lottare del mondo non ci aiuterà se assieme perdiamo la speranza. Quello che sto cercando di coltivare non è cieco ottimismo ma quello che il filosofo Jonathan Lear chiama speranza radicale. ‘Cosa rende questa speranza radicale,’ scrive Lear, ‘è che è diretta verso un bene futuro che trascende la nostra attuale abilità di capirne la natura’. La speranza radicale non è qualcosa che abbiamo, ma qualcosa che mettiamo in pratica; richiede flessibilità, apertura, e ciò che Lear chiama ‘eccellenza d’immaginazione’. La speranza radicale è la nostra arma migliore contro la disperazione, anche quando la disperazione sembra giustificata; rende possibile sopravvivere alla fine del nostro mondo. Solo la speranza radicale può aver immaginato l’esistenza di gente come noi. E io credo che ci aiuterà a creare un futuro migliore, un futuro con più amore.

Potrei dire di più, ma sono già di troppo, Q.: è tempo di affrontare questo nuovo mondo difficile, di tornare al lavoro splendente della nostra gente. Il buio, dopotutto, si sta dissipando, un nuovo giorno sorge.

Affetto, J

[Originale in inglese di Junot Díaz, ‘Aftermath: Radical Hope‘]

senza titolo, di Riz MC

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9 novembre

Ufficialmente non accetto.
Fuori dal mio elemento.
Improvvisamente mi sento più peso,
affondo di più con ogni
passo avanti. Pensavo
di star arando la terra,
disturbando la mota per far
salire i semi. Ditemi vi prego
che non stavamo scavando fosse.

10 novembre

Alcuni alberi hanno radici
che toccano l’oltretomba.

Oggi giuriamo di smuovere
i massi. Di crescere.
Di raggiungere la luce.

[Originale in inglese di Riz MC.]