Nota olfattiva

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Ti posso mandare il profumo
di pineta e ginepro, al posto di quello
del gelsomino sotto casa, tramite Whatsapp?
O è meglio Telegram, secondo te?
Se lo ripiego lungo la linea
tratteggiata costiera che
incontra i miei passi
mentre scorrono i giorni,
a tratti un po’ lenti, altri a corsa,
c’entra su un documento Open Office?

No, mi sa di no, mi sa che tocca
portarti qui, nello spazio fra un pino
e l’altro, con gli aghi sotto le piante
dei piedi e la sabbia che si attacca ai gomiti
e la salsedine che impiastriccia i tasti
e le lingue straniere salate e impastate
e il segnale che cala, lasciandoci a secco,
senza profumi, senza pineta, senza ginepro.

Staccati

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Veniva dal sud, quel pomeriggio,
come vennero loro tempo prima,
e portava con sé il gelsomino. Ne portava
l’odore, i fiori, i colori e i rami.
Li portava in mano e li porgeva
uno ad uno, con delicatezza a volte,
a volte a manciate, tirate in faccia,
quando meno te lo aspetti.

Sembrava un pomeriggio da innamorarsi
fra l’estate dietro la pagina e le nuvole oziose,
fra la brezza e il sole a pioggia fra i capelli,
fra calabroni e motorini che si corteggiavano
a distanza di un paio di strade e qualche cortile.

Il gelsomino, a tardo pomeriggio, strinse le foglie
e prese mira, spietato, tra occhi e bocca dello stomaco,
con calma, dolcezza, odore di spezie rimaste
dagli avanzi del pasto ancora in tavola.
Mostrare i denti è aggressione, per alcuni
reazione immediata di un senso spiazzato,
lasciati per la strada – risolino, occhiata, paura
che striscia e ronza tra le foglie.

Era un pomeriggio soleggiato, da riposo,
ma il gelsomino non dava tregua. Tralicci
lanciati all’assalto di balconi e memorie,
arpioni nell’intimo, selvaggio nel suo agguato.
In cucina, piatti sporchi, un portatile aperto,
bozza di una lettera mai inviata, bottiglia d’acqua vuota.

Impact Theory

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a. B.

Te la vorrei anche chiamare
teoria dell’impatto, per riuscire quindi
a misurar le stelle con la punta delle dita.
Ma quella era tua, anche se a parole mie, è vero.
Questa, per quanto imperfetta, è mia.

Perchè impact si chiamava la colpa di tutto
dal primo al secondo al terzo tempo
tutta l’umanità giunta al punto
e disgiunta dal colpo assestato da angeli e dei
nei mecha che erano ma non erano robot.
Perché come Ikari Shinji ci provai ad entrare
a salire, a mostrare più sentimento, a rivelare
più emozione, meno metallo intorno al cuore
con conseguenze ancora confusionali
nel ricostruire il finale di stagione.

Perché impact si chiamava la ragione
dell’insegnamento e della ricerca
per anni otto, mentre noi cercavamo
di ragionare anche dei massimi sistemi
e minimi di decenza – che la materia grigia
non manca, ma la voglia quella sì,
e sembra importino solo i fondi.
Perché le fondamenta dell’istruzione
sono state scosse, urtate dall’interesse
poco accademico molto economico
con andamento pessimista cosmico
e stelle contate a rate, a segnare la qualità.

Perché impact è l’inizio del nome
di Impactor, uno dei Transformers
robot ma non mecha che anche loro
mi seguono, mica scherzo, nel percorso
che ho scelto – tra minatori e politici
proteste e cambiamenti, obiezioni e archi
contatti, circuiti, meccaniche di gioco
e dinamiche umane di relazionarsi
le une alle altre, le lune alle stelle
contate sulle dita di una mano.

Perché impact suona meglio
alla fine, alle mie orecchie sdoppiate
lo senti che scoppia al contatto
col timpano, l’effetto immediato
delle consonanti dure, esplosive, staccate
sperando di essere rilevante
di avere un riscontro sul vostro
coinvolti in qualche modo
in questo mio delirio, in questo mio perché.

Alla fine le rivedremo, forse, alzando le dita,
ma la strada inizia ora, di nuovo, da qua,
(get in the fucking robot Alex)
ne prevedo parte in salita e tortuosa
e una parte in ricaduta – tempo e spazio non mancano
ma in mancanza di ali
vi conviene reggervi le ginocchia
stringervi al petto le braccia, e cosa vi è di più caro.
Prepararsi all’impatto. In teoria.

(Impact Theory a Caffellatte, Firenze. 17.05.16.)

Dagli angoli

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Cominciai a scriverti partendo dall’angolo.
Prima ancora delle piante dei piedi stanche, le dita
delle mani stufate sui tavoli da pulire,
i contorni delle occhiate attente ai clienti fuori,
prima ancora partii dallo spigolo del tavolo
a cui ero seduto, bicchiere di tè verde da un lato,
portatile aperto dall’altro, barra intermittente
che mi giudicava per essermi distratto,
di nuovo, dal paragrafo a cui avrei dovuto lavorare.
Levigato, angolo smussato di quasi legno
dalle linee troppo precise per essere naturale,
e decisamente non da pulire, non questo, non ancora.
Quindi tornai a te, a scrivere di come sorridevi
anche nella stanchezza e nell’offesa, una virgola
su come i capelli ti scendevano sulle guance
mentre preparavi la lavastoviglie,
di come ballavi, ancora, al tempo della musica
ripetuta dall’apertura del bar ad ora.
Con leggerezza, anche sotto al vassoio
ricolmo di tazzine, tra un tavolo e l’altro.
E di come sospiri, di nascosto
quando accendi la macchina del caffé
che nessuno può sentire, che nessuno può vedere
l’espressione che fai, mentre nell’angolo accanto al mio
giocano a backgammon, leggono il giornale,
e la tastiera davanti a me torna a ticchettare,
a sospirare anche io, mentre metto un punto
fuori posto, per ora, per tornarci un’altra volta.

i want to be friends but i’ve touched your boobs (and other things): a (prose) poem on how to be aggressively platonic

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i) in spite of your perfect hair and the shy dimple under your left cheek i wonder if i should have put my arm around you that night because when i think of you i only want to see the way your mouth goes bright as you tell me the names of the fish skipping across the water and the way your fingers make knots in rope so easy like every simple piece of string could coil into complexity but then i remember your bright mouth on mine and the ocean roaring inside me and how you knotted our fingers together so tight so close so we wouldn’t drift apart

ii) my stride is small my voice is smaller would you hear me if i shouted across the fields over the mountains through bamboo forests clicking in the wind would you see me running with thread and needle trying to stitch our islands together

iii) these things take time i tell myself i need space you say when i breathe my lungs inflate with salt and sky there is endless seaglass inside me rolled smooth but sometimes i must dive to cold depths to see even a glimmer of a sunken star i am breaking my hands on time and space and maybe this was a mistake

iv) the thread is red i see it out the corner of my eyes but when i look too hard it vanishes and it isn’t joy i feel but i tell myself it will be

v) most people grew vocabularies for this much younger than i, learned to put out fires, learned the language of storms, learned to suture open wounds tenderly as not to leave scars and now i flounder in the shallows, water kissing the backs of my knees but drowning would be simpler than this oh drowning would be simpler

vi) so i drown. i let the you the me the us the shallow the deep the wave after wave after waving you away at the station that one afternoon drown me. i drown in remembering limbs and fingers and hands and eyes and how you said what you did in tongues i did not know tongues i got to know tongues i have come to miss and down, deep down, i start to forget.

vii) i breathe again, coming up to the surface, knots in my hair – no matter, they’ll be gone with the next haircut, drastic measures for drastic issues – and look around. the sky is gone, fallen into the ground somewhere somewhen, as i looked for you through the sheen the surf the direction of the current swirling around my thighs my knees my ankles as I step out, slowly, back to land back to safety back to me. but i look back, just once just one more time, one more look

viii) (one day i will look and there will be nothing in the way of a different you)

ix) I look up from the screen. Have I been gone that long? I mean, no one is an island, but I seem to be running on my own timezone sometimes. That long? I look up to the clock above the screen. That long. I look back down. You have replied a number of times, I’m the one ignoring you this time. I do need space. We both did. Time is not the issue, of course. Space, strangely enough, is. Even confined within the green and blue walls of a text, space is an issue. We keep pushing at each other, waiting for something to give, again, despite what we said. Afraid to be pulled in again. I know I am.

x) Define. Synonyms. Thesaurus.com. Rhymezone. How to. How to find the words. How to lose weight in a week! How to tell someone they’re adopted. How to tell someone that it’s complicated but you want to see them but not in that way but also you do. How to tell someone you’re pregnant. How to video exclusive. How to go about starting the conversation. How to lose friends and alienate people and befriend aliens. How to tell you.

Collaboration with Emily Chou

NaPoWriMo / GloPoWriMo 2016 30 – Teoria dell’impatto

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Sono le 4.13 del primo gennaio 2010. Le tende sono mezze tirate. La luna mi fa vedere la ragazza addormentata accanto a me, dandomi le spalle. Ha delle forme a stella tatuate lungo la spina dorsale. Ognuna più piccola della precedente, fino a che il vuoto sotto al piumone mi rende impossibile vederne altre. Ci siamo conosciuti stanotte. Con la punta delle dita misuro la distanza tra le prime due stelle. Poi la dimezzo, poi ancora, poi ancora. Perché l’infinito non è spazio e tempo, è un processo.

(Input da Napowrimo.net per oggi era di tradurre una poesia. Gioco in casa. Originale inglese di William Letford, ‘Impact Theory’ in Bevel.)

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NaPoWriMo / GloPoWriMo 2016 29 – Mi ricordo

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Mi ricordo di quando lo dicesti in dialetto. Amarcord, improvvisato.
Mi ricordo di quando eri rossa di capelli. E dicesti di no, ma anche sì.
Mi ricordo di quando non avevi ancora visto Guerre Stellari. Né te, né te.
Mi ricordo di quando mi vomitasti addosso, mentre ti tenevo sulle ginocchia.
Mi ricordo di quando ti ho fatto piangere. Eravamo in auto, e avevo sbagliato.
Mi ricordo di quando mi sono visto piangere. Ero in aeroporto, in autobus, in treno.
Mi ricordo di quando provavi a stringermi le braccia. Avevi la faccia cattiva.
Mi ricordo di quando ti ho baciato. Era quasi per sbaglio, ed è durata per anni.
Mi ricordo di quando sono partito la prima volta. Non ho mai smesso, di partire.
Mi ricordo di quando creasti una strana famiglia. Per qualche motivo, ne ero a capo.
Mi ricordo di quando mi hai detto che ti saresti mangiata le mani. Ma ormai è tardi.
Mi ricordo di quando ti ho visto sul palco. Avevo la febbre, entrambe le volte.
Mi ricordo di quando ho provato a conoscerti. E provato. E provato. E fallito.
Mi ricordo di quando eravamo in tre, e tu fosti il primo a buttarti. Sul riccio, in pieno.
Mi ricordo di quando mi hai baciato. Sapevi di fragola, e ridevamo, ed ero nervoso.
Mi ricordo di quando sei arrivata a casa. Eri piccola, dolcissima, un disastro.
Mi ricordo di quando sono crollato la prima volta. Ero da solo, a letto, tremavo.
Mi ricordo di quando me li hai presentati. I libri, i CD, e tuttora ne faccio parte.
Mi ricordo di quando sei venuto a piangere da me. Fino alle quattro di mattina.
Mi ricordo di quando facevamo progetti. Dovevamo essere io e te, poi sono andato solo io.
Mi ricordo di quando ti ho visto furioso. Era l’unica volta, e ci hai terrorizzato.
Mi ricordo di quando ho bevuto per l’ultima volta. Mi sentii male, e smisi del tutto.
Mi ricordo di quando mi leggesti il tatuaggio. Eri l’unica a cui piacesse, allora.
Mi ricordo di quando ho iniziato a scrivere. Ancora, a volte, tentenno a metà frase.

(Input da Napowrimo.net giorno 29.)

NaPoWriMo / GloPoWriMo 2016 28 – Storie

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Sparì nella luce dello schermo.
Tirò fuori il telefono,
si asciugò le guance e gli occhi.
Quasi quanto lei, in fondo,
aiutarla o confortarla sembrava fuori luogo.
Nessuno aveva il coraggio di chiedere.
Forse a lasciar passare le lacrime,
si sedette un po’ in disparte,
partita, forse da casa, forse più lontano.
Ci diceva che non era poco che fosse…
– qualcosa nel passo stanco –
non capivamo da dove venisse.
Era arrivata che stava piangendo.

NaPoWriMo / GloPoWriMo 2016 27 – Incontri

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Spesso il male di vivere ho incontrato.
Era solito vedersi per strada
fare un cenno col capo, o una strizzata d’occhi,
o un movimento, appena, della mano.
Poi andarsene, ciascuno per la sua strada.

Rimane a volte il dubbio
di chi non avesse il tempo
l’uno per l’altra, se io o il male,
ma poco importa, alla fine.

A volte gli incontri
che più rimangono impressi
sono quelli che durano meno.
A volte, invece, anche se frequenti
non rimangono impressi affatto.
A volte, più strade si incrociano
mentre altre rimangono parallele.
A volte cambiano tutto, poco, niente.

(Input da Napowrimo.net per il giorno 25. Partire da un verso di un’altra poesia, e andare in direzione diversa.)