Twentyquattordici

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San Martino del Carso

Of these houses
nothing left
but some
shred of wall

Of many
who wrote back
nothing left
nothing at all

But no cross is missing
in my heart

The country most in mourning
is my heart
Dulce et Decorum Est

Piegati in due, mendicanti sotto stracci
Ginocchia nodose, tosse di strega, nella melma bestemmiando
Fino al volgere delle schiene agli spettrali razzi
E verso il lontano riposo ci incamminammo.
Uomini marciano nel sonno. Molti a stivali rotti
Ma sanguinolenti tentennano avanti, mutilati, cecati
Ebbri di stanchezza, sordi anche ai botti
Di stanchi, sfiniti bossoli dietro a loro lanciati.

Gas! Gas! Presto, ragazzi! — Frenesia d’armeggiare,
Sistemando appena in tempo gli elmetti;
Ma ancora fuori si sentono urla e l’inciampare
di chi annaspa, come di fiamme infetti.

Fioco, tra vetri offuscati e densa verde luce
Come sotto un verde mare, lo vidi affogare.

In ogni mio sogno, la mia vista debole lo conduce
a lanciarmisi contro, sempre a soffrire, sempre ad affogare.

Se in sogni soffocanti anche voi poteste marciare
Dietro al carro su cui lo avevamo caricato ,
E vederne degli occhi bianchi nel viso l’agitare,
Quel viso spento, come un diavolo stanco del peccato;
Se poteste dai polmoni schiumanti gorgogliare
Sentire, ad ogni scossa, il sangue
osceno come un cancro, acre come lo scoppiare
Di orrende, incurabili piaghe su innocenti lingue,—
Amici miei, non saltereste dall’ovest all’est
A raccontare a giovani in preda a disperati ardori
L’antica bugia: Dulce et decorum est
Pro patria mori.

Part I is here.

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