Hanif Abdurraqib

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‘When the world is too much.’ Quando il mondo è troppo. Da sopportare, da sostenere, da seguire.

Non è la mia di voce che importa, che serve, che conta al momento. Rinuncio quindi alle discussioni sull’invisibilità di chi traduce, per fare da tramite a queste, di voci. Una al giorno. Diciassette giorni. Diciassette voci, per più di 530 persone uccise.

Se è l’estate del 2009

e sei in una macchina con piú corpi
dentro che numero di porte fuori
e “Party In The U.S.A.”
viene trasmessa alla radio, tutti iniziano a cantare.
Non c’é discussione. Succede basta
anche quando l’aria si é rotta e il sole ti scava
la pelle cercando qualcosa da prendere e spaccare
in due, o anche quando in questa bagnarola da rottamare,
tramandata in famiglia come una malattia,
la tua mano sfiora la mano che eri troppo
timido per trascinare in pista mentre il gruppo suonava
un altro bis nella notte, cantando “Party In The U.S.A.”
con le finestre abbassate non c’è cazzi.
Anche se devi attaccare il pilota automatico sulla strada vuota
per chiudere gli occhi e ti sgoli sulla nota alta,
questi sono i sacrifici che una generazione come la nostra deve fare.
Nessuno fa finta di non sapere le parole
come questa canzone, questo dolce heavy metal non arrivò
allo stomaco di bambini come noi, pregando per una via d’uscita
in una notte che salveremo per quando avremo bimbi in braccio e voglia di nostalgia.
Tutti la cantano tutta, anche Jason che è cosí punk rock che sanguina su tutto
così punk rock che fa sempre finta d’esser morto
un giochetto ha imparato quando eravamo bambini e il bar
giù a Livingston smise di servire suo padre molto prima dell’ultimo giro
e non c’erano più cose da rompere
in casa sua tranne le ossa di qualcosa
che gli somigliava.
Cantiamo tutti, ma il cantare non perdona la nostra gioventù
per essere segno di tempesta,
non può evocare il guscio di una casa in cui le nostre madri stanno ancora
respirando e ballando lente con la brezza nel salotto.
Canta perché fa bene avere qualcosa in questo paese
fa bene far passare qualcosa in bocca
e lasciarla mescolare ad altre voci che forse conoscono il lutto
che ti porti addosso o almeno lo faranno al secondo ritornello
o direttamente a fine pezzo
o per quanto ci metterà il sole a stufarsi di noi
e lasciare questo posto
tutto nella sua scia una pozzanghera che ci godiamo abbastanza a lungo per dimenticare
che siamo neri ventenni cioé troppo vecchi
per queste cazzate
e per cazzate ovviamente intendo vivere
Ovviamente voglio dire che abbiamo trascinato i cadaveri di abbastanza fratelli più giovani per poter dimenticare che a quest’ora dovremmo esser già morti
dovremmo avere la decenza di alleggerire l’America
col nostro morire sul ciglio di una strada dissestata
e questo forse spiega il silenzio che matura in una macchina
accostata sulla I-72 alle 2 del mattino con nessuno in
vista tranne noi e quattro poliziotti che scambiano
la nostra sbandata di gioia per ebbrezza o peggio e
sapere cosa ci lasciamo dietro se usciamo da un’auto,
che ci sono troppi modi di chiedere le mani in vista dopo la fine di una festa,
quando le grida squarciano una notte cosí sgozzata che può essere solo una bara dove
a pezzi per il tremare, sappiamo di dover
obbedire a tutto
dopotutto
É la nostra canzone.

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