Category Archives: artivism

binari

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ci dicono che
la nostra lingua è binaria
ci sono versi e direzioni necessarie
affinché non si perda di vista
la vera destinazione

la nostra lingua è binaria
come stelle che bruciano
tenendosi a distanza 
perpetua, attorno al loro
centro di massa 
una primaria, l’altra compagna
parità falsa e promessa d’aria fritta
sul calore dei nostri corpi

la nostra lingua è binaria
come due sono i testicoli
due sono i capezzoli
due le certezze di chi insiste
sul fatto che un solo asterisco 
ci porti all’implosione
della lingua della specie della parità
mai raggiunta di nuove teorie
sopraggiunte su complotti 
di identità in sostituzione
senza la considerazione della nostra
di noi che siamo più di due, di tre
di sette fasce luminose ed altre due ancora

ed è solo ora che chiediamo
di essere più che fratelli
più che sorelle
più che solo un numero
o almeno un nome
perché di binario
fino ad ora sulla lingua di chi
non teme spettri tranne il nostro
esistono solo uno e zero
un noi e loro che ci cancella
e divide e deride e sorride
con lingua biforcuta

la nostra lingua è binaria
perché quello che conta
è arrivare da uno a due;
il tre, no – quello che segue
nemmeno, come un treno 
su un tracciato senza stazione
di partenza o di arrivo
ma solo ritardi
coincidenza? io non credo

senti comunque il vapore che sbuffa
e il treno che fischia
lanciato fuori da binari
imposti e supposti
risultati straordinari
di chi la lingua la vive
come argento che sprinta
locomotiva che avanza
per cuore una stella che avvampa

e stavolta, nessuna destinazione
casomai due

My butcher, by Elisabetta Destasio Vettori

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My butcher had eyes of sky
the scent of linden,
white and clean petals
to cover my breasts.
My butcher
had the warm red colour of flamboyants and the strong scent
of the miraculous khat, an echo of far away Yemen.
My butcher,
lit up
candles and wrote on my back
words of honey, of myrrh. There were no nights and I had skin of moonlight;
so he said, as he carved up my life.
My butcher
had eyes of ice, sharpened word blades as if threading pearls.
He had the scent of emptiness and trodden, ruined linden flowers.
Ruins.
My butcher
had the red colour of wounds, of lies, of blows.
One piece at a time he fed
on my nudity, down to my soul,
to my last cent, to the last shred.
To my last.
I have been flesh, I have been goods, I have been water, I have been air,
I have been nothing.
I had no voice to cry. Vocal chords strangled.
I have been goods, I have been water, I have been air, I have been nothing.
But I am alive also in death and I fall from the sky in the shape of a thousand other women
and my wounds are gilded gold, between the word courage and the word love.
And I cry, cry with the voice of a thousand women:
courage
love

original Italian by Elisabetta Destasio Vettori, ‘il mio carnefice’ via Gioianet

#GloPoWriMo 2017 25 – liberamente

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questo è l’indice
che accusa l’ingiustizia
questo è il medio
in viso a chi versa odio
questo l’anulare
che sposa cuore e voce
questo è il mignolo
ricordo che basta poco
questo è il pollice
che condanna o approva

questa è la piega
come lo sono questa
e quest’altra
questo è il pugno
che ne risulta
che non mira a violenza
ma anche oggi
come ieri
come sempre
con decisione
si alza resiste grida

#GloPoWriMo 2017 6 – sanguino per voi

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Sento il mio corpo spezzarsi
e sanguinare per te
quando meno ce lo aspettiamo.
Nei momenti peggiori.
Sulle lenzuola nuove.
Come un sacrificio
per te, da me.
Vi sto donando il mio sangue vitale
figlie sconosciute, sorelle nel dolore
piegate in due, aggrovigliate dentro
legando insieme una storia
– di ormoni e di abusi
– di bagni pubblici e di carta igienica
– di esaurimento e di forza.
Sanguiniamo per furia, per resistere
sui vostri pavimenti di marmo
e poltrone parlamentari
nelle vostre strade igienizzate
dove ci tassate
ci ingorgate con debiti di cotone.
Il rosso scorre da me
verso canali e pietre
verso la piana sterminata di domani.
Il nostro sangue è nostro.

 

[Originale in inglese di Cadi Cliff, ‘bleed for you’ su The Norwich Radical]

Autopsia, di Sherman Alexie

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Ho sognato stanotte il mio passaporto sanguinante.
Ho sognato che il mio passaporto era il masso
funebre per i nostri Stati Uniti, recentemente defunti.
Ho sognato che mio passaporto era fatto d’osso –

che era una canoa scavata nel sasso.
‘Non so nuotare,’ ho detto. ‘Annegare è inevitabile
se non raggiungo riva. Sarò solo nel mio collasso
nel sale. No, troveranno il mio cadavere

con altri corpi, tutti marroni, un numero incalcolabile.’
Ho sognato che il mio passaporto era un libro di preghiere,
inascoltate dagli dei, invece fatte scrivere
da verificatori incravattati. ‘C’è più di un errore

nei suoi documenti,’ mi hanno detto. Sembrava grave,
mi han portato in una stanza di unghie su piastrelle sporche.
Ho sognato che il mio passaporto era la chiave
ma i soldati avevano bruciato le porte,

tutte le porte—una conflagrazione di porte.
Ho sognato che il mio passaporto era il mio pastore:
‘Sherman, contro i carnivori ti batterai forte
o darai le spalle ai più deboli, a chi già muore?

Sarai rifugio? O sarai collaboratore?’
Stanotte, ho sognato il mio passaporto che vive
mentre entra in terapia intensiva. Respira, gli batte il cuore,
poi sospira e chiude gli occhi. Non sopravvive.

[Originale in inglese di Sherman Alexie, ‘Autopsy’]

No Comment, di Alessandra Naccarato

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Ho sentito di una stanza in cui entrano
donne incappucciate, scrivono date sui muri
con il bordo lacerato di un dito. Ho sentito
che puoi cifrare in numero i corpi, sul
bordo sgraziato del letto di alcuni uomini. È
questo che chiami giustizia? Se sì, perché non
rimuovere il cappuccio. Dicono che la stanza si chiude
da fuori. Mi chiedevo come ne fossi
uscita? Se ci puoi far vedere, sul tuo corpo.
Per esempio, un uomo lo abbiamo umiliato in pubblico.
È legato in tribunale, se cerchi credenziali
nella stampa. Quante donne stanno in piedi
in questa stanza? Dove pisciano e quanto
spesso? Puoi commentare sull’uomo che sta
denunciando la tua portavoce per calunnia? Quanto
vicino era il tuo corpo alla sua bocca? Hai scelto
il suo nome con la lotteria o le pagliuzze? Come
risponderai se vieni denunciata per questa poesia?

[Originale in inglese di Alessandra Naccarato, ‘No Comment’]

Incidente su un Traghetto in Corea del Sud, di EJ Koh

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276 Morti (232 Studenti)
28 Dispersi (In Acqua)
1 Superstite Trovato Morto (Suicida)

Operazioni di ricerca ancora in atto.

Immagini rilasciate al pubblico: il capitano
che abbandona il traghetto in mutande. Scalzo, salta
in braccio an un altro. Sullo schermo, il viso è violaceo.
Sapeva che il traghetto era 300 volte oltre la portata, dicono.
Sapeva che le scialuppe erano rotte, il carico in bilico.
Dopo le immagini, il figlio del proprietario sparisce.
Il capitano è accusato di omicidio. Un ufficiale
della società per ispezioni SeaTrust è agli arresti.

Una volta ho preso lo stesso traghetto tra Incheon
e Jeju Island. I ponti erano verdi.
Gli studenti hanno sentito gli altoparlanti: ‘Non muovetevi
da dove vi trovate, rimanete dove siete.’
I miei genitori piangono nell’altra stanza. ‘Perché
gli studenti non sono saltati in acqua?
Gli americani avrebbero saltato.’ Mia mamma
è più colpita dal momento dell’affogo.
Hanno 15 anni. Alla loro età, credevo in Dio.
Chi ha detto che l’amore che non fa male non è amore?

Per la prima volta, mia mamma mi dice, ‘La Korea ha sbagliato.
Il mio paese ha sbagliato.’
La madre di un bambino morto si è tuffata nell’oceano.
Gli altri l’hanno tirata fuori, e lei è apparsa in televisione,
dicendo, ‘Mio figlio è in quell’acqua scura e fredda.’
Un volontario si è suicidato. Il primo ministro si è dimesso.
Le reti TV della Korea del Sud vieta musica, varietà, e giochi
per tre settimane. Mia mamma mi sveglia
a notte fonda. ‘Se ti trovi su una nave che affonda,’ mi dice,
‘non fidarti di nessuno. Non ascoltare nessuno.’

Durante un servizio funebre, un pastore presente alla pulizia
e la copertura dei corpi ha detto, ‘Quanto devono aver raschiato
ai muri questi studenti intrappolati per aver perso
tutte le unghie delle dita.’ La cappella scoppia a piangere.
Altre immagini da dentro la nave compaiono su YouTube
a richiesta dei genitori di uno studente morto.
Le immagini vengono trasmesse. Le facce vengono sfocate.
Le voci vengono cambiate. Stanno ridendo
per un secondo con tesa eccitazione. ‘Pensate che
saremo famosi?’ dice qualcuno, ‘Come col Titanic?’

[Originale in inglese di EJ Koh, ‘South Korean Ferry Accident‘]

Fascismo: a volte temo…, di Michael Rosen

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A volte temo che
la gente pensi che il fascismo arrivi agghindato
indossato da grotteschi e mostri
come una recita interminabile di Nazisti.

Il fascismo arriva come un amico.
Ti ridà il tuo onore,
ti fa sentire orgoglioso,
ti protegge la casa,
ti dà un lavoro,
ti pulisce il quartiere,
ti ricorda quanto valevi allora,
sloggia i corrotti e i venali,
rimuove tutto quello che senti diverso da te…

Non entra in casa dicendo,
‘Il nostro programma include milizie, carcere di massa, deportazione, guerra e persecuzione’.

[Originale in inglese di Michael Rosen, ‘Fascism: Sometimes I fear…’]

Speranza radicale, di Junot Dìaz

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Querida Q.:

Spero ti senta, se non propriamente meglio, almeno non altrettanto demoralizzata. Mercoledì, dopo la sua vittoria, mi hai cercato, volevi consigli, conforto, solidarietà. Mi hai scritto, Le mie sorelline mi hanno chiamato in lacrime stamattina. Non avevo niente da dargli. Mi sento in lutto. Ora cosa succede? Continuiamo a dire la verità da un angolo sempre più angusto? Lasciamo perdere tutto?

Ti ho risposto subito, perché sei la mia hermana, perché mi faceva male sentirti in questo stato. Ti offerto alcune parole di conforto, ma la verità è che non sapevo cosa dire. A te, ai miei figliocci, a voi che per un anno avete avuto incubi, sognando che vi deportassero i genitori, a me stesso.

Ho pensato alla tua email tutto il giorno, Q., e ho pensato a te durante la mia lezione serale. I miei studenti mi sono sembrati così scossi. Un paio hanno detto di quanto si sentivano impauriti e traditi. Due hanno pianto. Non è cosa semplice accettare il fatto che metà degli elettori – vicini, amici, parenti – sono stati disposti ad eleggere, al posto più alto del nostro paese, un misogino tossico, un demagogo razzista che vuole rendere l’America grande distruggendone il progresso civico degli ultimi cinquant’anni.

Ora cosa succede? mi hai chiesto. E lo stesso mi hanno chiesto gli studenti. Ora cosa succede? Ho risposto malamente come ho risposto a te, temo. E quindi mi trovo qua, di notte, provandoci un’altra volta.

Quindi cosa succede, ora? Beh, cosa più importante, è sentire. Dobbiamo unirci coraggiosamente nel rifiuto, nella paura, nella vulnerabilità che la vittoria di Trump ci ha inferto, senza voltargli le spalle o intorpidirci o scadere nel cinismo. Dobbiamo assistere a cosa abbiamo perso: la nostra sicurezza, il nostro senso di appartenenza, la nostra visione per il nostro paese. Dobbiamo compiangere tutte queste ferite appieno, in modo che non ci possano portare alla disperazione, per rendere possibile la ricostruzione.

E mentre processiamo questo difficile, necessario lutto, dobbiamo avvalerci delle vecchie compagnie che ci hanno aiutato in tempi bui. Ci organizziamo. Creiamo solidarietà. E sì: lottiamo. Per essere ascoltati. Per stare sicuri. Per essere liberi.

A chi di noi ha già lottato, l’idea di doverlo fare ancora, dopo una sconfitta così dura, sembrerà impossibile. In momenti come questo, anche una matatana può non sentirsela di andare avanti. Ma io credo che, una volta passato lo shock, fede e energia riaffioreranno. Perché, siamo realisti: sapevamo che non sarebbe stata una cazzata. Il potere coloniale, il potere patriarcale, il potere capitalista deve essere combattuto sempre e ovunque, perché loro non smettono, mai. Dobbiamo continuare a lottare, altrimenti non ci sarà un futuro – tutto sarà consumato. Chi di noi ha avuto antenati posseduti e allevati come animali conoscono quel tipo di futuro fin troppo bene, perché è, in parte, il nostro passato. E sappiamo che, lottando, contro tutto, noi che avevamo niente, nemmeno il nostro nome, abbiamo potuto cambiare il mondo. I nostri antenati lo hanno fatto con praticamente nulla, e noi che abbiamo di più dobbiamo fare lo stesso. Questo è il felice destino della nostra gente – affondare la trama della morale universale in così tanta giustizia che non potrà mai essere disfatta.

Ma tutto il lottare del mondo non ci aiuterà se assieme perdiamo la speranza. Quello che sto cercando di coltivare non è cieco ottimismo ma quello che il filosofo Jonathan Lear chiama speranza radicale. ‘Cosa rende questa speranza radicale,’ scrive Lear, ‘è che è diretta verso un bene futuro che trascende la nostra attuale abilità di capirne la natura’. La speranza radicale non è qualcosa che abbiamo, ma qualcosa che mettiamo in pratica; richiede flessibilità, apertura, e ciò che Lear chiama ‘eccellenza d’immaginazione’. La speranza radicale è la nostra arma migliore contro la disperazione, anche quando la disperazione sembra giustificata; rende possibile sopravvivere alla fine del nostro mondo. Solo la speranza radicale può aver immaginato l’esistenza di gente come noi. E io credo che ci aiuterà a creare un futuro migliore, un futuro con più amore.

Potrei dire di più, ma sono già di troppo, Q.: è tempo di affrontare questo nuovo mondo difficile, di tornare al lavoro splendente della nostra gente. Il buio, dopotutto, si sta dissipando, un nuovo giorno sorge.

Affetto, J

[Originale in inglese di Junot Díaz, ‘Aftermath: Radical Hope‘]

senza titolo, di Riz MC

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9 novembre

Ufficialmente non accetto.
Fuori dal mio elemento.
Improvvisamente mi sento più peso,
affondo di più con ogni
passo avanti. Pensavo
di star arando la terra,
disturbando la mota per far
salire i semi. Ditemi vi prego
che non stavamo scavando fosse.

10 novembre

Alcuni alberi hanno radici
che toccano l’oltretomba.

Oggi giuriamo di smuovere
i massi. Di crescere.
Di raggiungere la luce.

[Originale in inglese di Riz MC.]