Category Archives: Poetry

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you tell me, you know
it’s a new city a new life
a new beginning
so if you want to try something new
i’d understand
if you happen to find someone cute
someone different 
i’d understand

what i don’t understand is 
every moment that i imagined
running my hands
on his torso and arms
fingertips reaching across hairs
stopping short of plucking
while i was holding her hand
fingers entwined with a teenage crush
that crushed early dreams of adulthood

and i don’t understand when
the first time i tasted her
i had no idea what i was doing
but i thought i almost touched his lips
his early stubble and unfortunately
smoke filled mouth taking me in
and closing when i try talking
about it to myself as i walk home later
and forget to call

and i don’t understand how
it actually took me this long
to realise what someone different
could be that someone different
could’ve been someone like him

what i do understand
is that when i run my hand
across your chest it is yours and no one else’s
when i hold your hand
it is our fingers touching
nerves sparking to our brains
in this casual pairing
that could only be intentional
how i think of you is a different
way an entirely new way
of looking at this new beginning

La domanda dell’unicorno, di Cynthia So

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L’unicorno che viveva al limite della città non si vedeva
da un po’ di tempo, da quando ero ancora una ragazza
con la pelle di cotone e una boccuccia rammendata. Ci
incontriamo al negozietto per la prima volta dopo anni,
mentre compra il latte, come me. Ha venduto la casa,
lasciato il lavoro, viaggiato per il mondo. Ha visto un
narvalo. Lo sapevo io che c’era chi vendeva i corni di narvalo
cercando di passarli per unicorno? Che imbroglioni.
Sono interessanti anche i narvali. Non se lo meritano.
Dove vive ora, quindi, l’unicorno? Oh, un po’ qui,
un po’ là. Soprattutto in mezzo ai boschi. Cosa ho
combinato in questi anni? Spallucce. Ho un lavoro, ma
comprare casa? Tsé. Viaggiare – beh, sarebbe bello.
‘Non sono più vergine,’ dico all’unicorno. Sbuffa.
Non so come prenderla. Mi ricordo come l’accarezzavo
da bambina, quando le foglie autunnali
non erano cadute ancora abbastanza
da farmelo notare. La gentilezza dell’unicorno di allora.
Ma ancora adesso mi carezza la testa col muso, mi lascia
accarezzarne il manto. Al mio tocco, il corno splende
di un universo di colori, come anni che si riversano da
un barattolo scheggiato in un bacino nuovo, come se questo
autunno qua fosse il più fresco, l’autunno più dorato
che sia mai esistito. — Sei ancora bisessuale, no?
Oh. È questo che mi rende degna dell’amore di unicorno?
“Sono ancora bisessuale… Credo.” Occhi al cielo, aspetto
semplicemente che mi svisceri. Che razza di stupida fa sesso
con un uomo, lo lascia entrare nel suo letto notte dopo
notte, lo stesso uomo, di settimana in settimana in anno, e ancora
non sa se le piacciono gli uomini? Altri generi, certo,
lo so anche senza baciarne i fantasmi nel sonno
che ne sono attratta. Ma gli uomini?Non lo so.
Non lo so nemmeno quando la sua bocca mi sfiora la pelle
sotto la costola più in basso, nemmeno quando la mia mano
non gli lascia andare i capelli. Ma l’unicorno non mi fa fuori.
Ride, con il corno che proietta l’intero cielo stellato
sulla mia camicia scura, un ricciolo di polvere rosa,
viola, blu che mi passa sopra il petto, e si espande.

tradotta con permesso di Cynthia So
originale inglese su Strange Horizons

binari

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ci dicono che
la nostra lingua è binaria
ci sono versi e direzioni necessarie
affinché non si perda di vista
la vera destinazione

la nostra lingua è binaria
come stelle che bruciano
tenendosi a distanza 
perpetua, attorno al loro
centro di massa 
una primaria, l’altra compagna
parità falsa e promessa d’aria fritta
sul calore dei nostri corpi

la nostra lingua è binaria
come due sono i testicoli
due sono i capezzoli
due le certezze di chi insiste
sul fatto che un solo asterisco 
ci porti all’implosione
della lingua della specie della parità
mai raggiunta di nuove teorie
sopraggiunte su complotti 
di identità in sostituzione
senza la considerazione della nostra
di noi che siamo più di due, di tre
di sette fasce luminose ed altre due ancora

ed è solo ora che chiediamo
di essere più che fratelli
più che sorelle
più che solo un numero
o almeno un nome
perché di binario
fino ad ora sulla lingua di chi
non teme spettri tranne il nostro
esistono solo uno e zero
un noi e loro che ci cancella
e divide e deride e sorride
con lingua biforcuta

la nostra lingua è binaria
perché quello che conta
è arrivare da uno a due;
il tre, no – quello che segue
nemmeno, come un treno 
su un tracciato senza stazione
di partenza o di arrivo
ma solo ritardi
coincidenza? io non credo

senti comunque il vapore che sbuffa
e il treno che fischia
lanciato fuori da binari
imposti e supposti
risultati straordinari
di chi la lingua la vive
come argento che sprinta
locomotiva che avanza
per cuore una stella che avvampa

e stavolta, nessuna destinazione
casomai due

Jessica Jacobs, ‘Sulla prima caduta del nostro matrimonio’

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Nonostante io voglia darti
solo gentilezza, c’è spesso un’era tra quello che voglio
e quello che sono.
Ma quante volte ancora puoi piangermi sul petto prima che qualcosa
ci cresca di buono?
Le sequoie prosperano su terreni acidi; evoca
quel peso, quelle radici a dita indurite
per infilzarmi le costole e far partire la pompa arrugginita
nel mio petto. In quell’era, fammi
crescere: un anello per ogni anno, che segna
prosperità e secca e alluvione. Fammi ancorare di più, nelle
tue radici; rendimi parte di qualcosa di più
grande. Fammi crescere forte abbastanza
così che anche dopo la caduta
io possa esserti d’uso –
legname grezzo per travi e travicelli, un tetto
per il tamburellare incessante della pioggia stanotte. Uno spaccato
del mio tronco messo sul giradischi – registrazione
di una cosa passata, musica di una cosa
a venire. Una canzone per ogni anno
in cui imparerò ad amarti meglio.

per ConPao, un anno dopo

original English here

Oche Selvatiche, di Mary Oliver

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Non devi essere buona.
Non devi camminare sulle ginocchia
penitente per miglia nel deserto.
Devi solo lasciare l’animale dolce del tuo corpo
amare ciò che ama.
Parlami di disperazione, della tua, e ti dirò la mia.
Mentre il mondo va avanti.
Mentre il sole e i limpidi ciottoli di pioggia
si muovono attraverso paesaggi,
sopra le praterie e gli alberi profondi,
le montagne e i fiumi.
Mentre le oche selvatiche, in alto nell’azzurro pulito
si muovono di nuovo verso casa.
Non importa chi sei, non importa quanto sola,
il mondo si offre alla tua immaginazione,
ti chiama come chiama le oche, con brusca emozione –
annuncia ancora ed ancora il tuo posto
nella famiglia delle cose.

originale in inglese Wild Geese

Zone

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I wake up to the sound of your 6.45 alarm,
only to realise it’s mid afternoon where you are
and I was nowhere near your phone, your sheets, or you.

I get home at 3 or maybe 4 in the afternoon,
waiting for you to come in shortly after me
but you’re already sleeping if all is right.

I wait for that short crack of time, between 11 and 7,
as we both move around the bed – shared space even
in this frustrating distance – one in, one out

like an exclusive club of which neither of us is
really a member, we just sneaked our way in and
will be discovered soon. We better enjoy it while it lasts.

Exchange hellos, trade good wishes for the day
for the night and wait for another revolution
before we meet again.

anything means I love you in dog

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am look at you am poop

never break look am look at you

but little embarrassed

but am look

am eat what am find in field

am look under carpet for eat

but you give food

am eat better

am walk am run but

am wait because you say

‘stay’ so am stay am good

am rest head on paws

am good boy but am girl

but girl am good boy too

because you say good

am good girl

because you say

am best

My butcher, by Elisabetta Destasio Vettori

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My butcher had eyes of sky
the scent of linden,
white and clean petals
to cover my breasts.
My butcher
had the warm red colour of flamboyants and the strong scent
of the miraculous khat, an echo of far away Yemen.
My butcher,
lit up
candles and wrote on my back
words of honey, of myrrh. There were no nights and I had skin of moonlight;
so he said, as he carved up my life.
My butcher
had eyes of ice, sharpened word blades as if threading pearls.
He had the scent of emptiness and trodden, ruined linden flowers.
Ruins.
My butcher
had the red colour of wounds, of lies, of blows.
One piece at a time he fed
on my nudity, down to my soul,
to my last cent, to the last shred.
To my last.
I have been flesh, I have been goods, I have been water, I have been air,
I have been nothing.
I had no voice to cry. Vocal chords strangled.
I have been goods, I have been water, I have been air, I have been nothing.
But I am alive also in death and I fall from the sky in the shape of a thousand other women
and my wounds are gilded gold, between the word courage and the word love.
And I cry, cry with the voice of a thousand women:
courage
love

original Italian by Elisabetta Destasio Vettori, ‘il mio carnefice’ via Gioianet

媽媽, di Marlene Min-ling Liao

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Metronomo di coltello su tagliere
un coro di rumori

gli occhi mi si riempiono
mentre lei continua senza una lacrima

in fondo al corridoio, odori pungenti
ci sorpassano

lei ronza e borbotta
muovendosi al ritmo suo

un gorgoglio ci scappa dallo stomaco

accogliamo al suo posto dolcezza
ci abbuffiamo col naso
mentre la ammiriamo

oggi
ne copio i suoni
cercando di ricreare gli odori

gli occhi mi si riempiono
e mi fermo

il frigo ronza
e fa eco nella stanza
toccando ogni pezzo di estraneità

non c’è spettacolo qui
il calore portato via
da distanze e tempo

[tradotto con permesso dall’originale inglese di Marlene Min-ling Liao, su Ricepaper]

Un secolo, più o meno

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Un uomo intraprende un viaggio, una donna no.
Le betulle invece mormorano nel canto
di un uccello invisibile, la foresta recede incessante.

Essere soli e senza scopo: un seme
portato dal vento su pietre piatte stese
sulla riva remota. Testimone di notizie,

canti, mielina. Una delle nostre ultime è
una successione di costole distinte e vaste
in preda a collasso improvviso. Madre, scelta

non abbiamo. Madre, lui conta le nostre deboli ossa.

(Tradotto con permesso dall’originale inglese di Joan Naviyuk Kane)
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