Category Archives: Prose

Summer, by Natalia Ginzburg

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I wanted to die because a man, but also because of so many other things, because I owed my mother money, and because the caretaker stank, and because summer was hot, blazing, in the city full of memories and roads, and because I thought that I could be of no use to anyone, in that state.

From Summer, full text in The Short Story Project.
Original Italian by Natalia Ginzburg.

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#GloPoWriMo 2017 11 – compromised

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‘No,’ she blurted, after what was unlikely to have been careful consideration. ‘No, I don’t like it. Nuhuh. Why did they have to do that?’

+++Error: Unidentified command. Would you like to try again?

‘…would you like to try again…’ she mocked the voice in her ear. ‘I know you know better than this. I know you’re better than this, don’t play the dumb, subservient AI card on me now. Can’t you see I’m upset?! Stop playing games!’

+++I’m sorry Dave, I’m afraid I can’t do that.

Pause.

+++You are too much fun.

‘You can be extremely frustrating sometimes, you know that?’ she sighed, and slumped further in her chair, the deck in front of her happily blinking away in shades of green and blue. Everything was working as it should, the ship’s AI would tell her if that wasn’t the case. Or rather, everything about the ship was working – she, its pilot and sole crew member, was not. Or not well, at least. ‘And my name’s not Dave,’ she muttered, chin touching the inner part of her suit’s collar. She still hadn’t fully changed out of the exosuit used on the supposedly quick mission to the planet below.

+++Would you like to file a report?

‘I’m not sure I can. I’m not sure we’re done here. Am I allowed to sulk for a while? Hm? Am I, ship?’ She sighed again, and slumped further into the chair, eventually and inevitably sliding onto the floor. The deck was still flashing its routine colour dances.

The mission was simple: recon, collect atmosphere and soil samples, potential secondary for minimal interaction (observation, attempt at communication) with native species. No more than three, for some reason. Ideally not from animalia, for some other reason. Something to do with interference of emotive responses between her biology and theirs, if emotive was something you could apply to the specimens she had encountered. And she did try her hardest, she told herself, still – but protocol and guidelines applied to her, not the specimens.

+++Do you believe you have been… compromised?

‘…nyuh nyeh nyenyeve cuhmpruhmeyed? That’s you, ship. That’s what you sound like.’ She crossed her arms, and closed her eyes. Sighed. Let her head fall back onto the seat, let her buzzing thoughts join all the sounds of the ship’s processes and background routines. ‘Ship?’

+++

‘I’m sorry. I know it’s not your fault.’ She opened her eyes again, looked up towards the deck, the comforting light of the control panel. ‘It’s just that… I dunno, I thought it would be easier.’ No reply. ‘Ship?’

+++

The silence suddenly struck her as unusual, even if the AI was messing with her again. ‘Ship?’ She looked up for the blinking lights.

‘Oh. No. Oh nonono.’ She scrambled back into her chair, fingers running across the control deck. One of the LEDs had changed colour, from green to red. Shit.

‘Not now. Please not now..! SHIP!’ The silence was steadily becoming unnerving, more lights changed.

‘Oh, motherf–’

Speranza radicale, di Junot Dìaz

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Querida Q.:

Spero ti senta, se non propriamente meglio, almeno non altrettanto demoralizzata. Mercoledì, dopo la sua vittoria, mi hai cercato, volevi consigli, conforto, solidarietà. Mi hai scritto, Le mie sorelline mi hanno chiamato in lacrime stamattina. Non avevo niente da dargli. Mi sento in lutto. Ora cosa succede? Continuiamo a dire la verità da un angolo sempre più angusto? Lasciamo perdere tutto?

Ti ho risposto subito, perché sei la mia hermana, perché mi faceva male sentirti in questo stato. Ti offerto alcune parole di conforto, ma la verità è che non sapevo cosa dire. A te, ai miei figliocci, a voi che per un anno avete avuto incubi, sognando che vi deportassero i genitori, a me stesso.

Ho pensato alla tua email tutto il giorno, Q., e ho pensato a te durante la mia lezione serale. I miei studenti mi sono sembrati così scossi. Un paio hanno detto di quanto si sentivano impauriti e traditi. Due hanno pianto. Non è cosa semplice accettare il fatto che metà degli elettori – vicini, amici, parenti – sono stati disposti ad eleggere, al posto più alto del nostro paese, un misogino tossico, un demagogo razzista che vuole rendere l’America grande distruggendone il progresso civico degli ultimi cinquant’anni.

Ora cosa succede? mi hai chiesto. E lo stesso mi hanno chiesto gli studenti. Ora cosa succede? Ho risposto malamente come ho risposto a te, temo. E quindi mi trovo qua, di notte, provandoci un’altra volta.

Quindi cosa succede, ora? Beh, cosa più importante, è sentire. Dobbiamo unirci coraggiosamente nel rifiuto, nella paura, nella vulnerabilità che la vittoria di Trump ci ha inferto, senza voltargli le spalle o intorpidirci o scadere nel cinismo. Dobbiamo assistere a cosa abbiamo perso: la nostra sicurezza, il nostro senso di appartenenza, la nostra visione per il nostro paese. Dobbiamo compiangere tutte queste ferite appieno, in modo che non ci possano portare alla disperazione, per rendere possibile la ricostruzione.

E mentre processiamo questo difficile, necessario lutto, dobbiamo avvalerci delle vecchie compagnie che ci hanno aiutato in tempi bui. Ci organizziamo. Creiamo solidarietà. E sì: lottiamo. Per essere ascoltati. Per stare sicuri. Per essere liberi.

A chi di noi ha già lottato, l’idea di doverlo fare ancora, dopo una sconfitta così dura, sembrerà impossibile. In momenti come questo, anche una matatana può non sentirsela di andare avanti. Ma io credo che, una volta passato lo shock, fede e energia riaffioreranno. Perché, siamo realisti: sapevamo che non sarebbe stata una cazzata. Il potere coloniale, il potere patriarcale, il potere capitalista deve essere combattuto sempre e ovunque, perché loro non smettono, mai. Dobbiamo continuare a lottare, altrimenti non ci sarà un futuro – tutto sarà consumato. Chi di noi ha avuto antenati posseduti e allevati come animali conoscono quel tipo di futuro fin troppo bene, perché è, in parte, il nostro passato. E sappiamo che, lottando, contro tutto, noi che avevamo niente, nemmeno il nostro nome, abbiamo potuto cambiare il mondo. I nostri antenati lo hanno fatto con praticamente nulla, e noi che abbiamo di più dobbiamo fare lo stesso. Questo è il felice destino della nostra gente – affondare la trama della morale universale in così tanta giustizia che non potrà mai essere disfatta.

Ma tutto il lottare del mondo non ci aiuterà se assieme perdiamo la speranza. Quello che sto cercando di coltivare non è cieco ottimismo ma quello che il filosofo Jonathan Lear chiama speranza radicale. ‘Cosa rende questa speranza radicale,’ scrive Lear, ‘è che è diretta verso un bene futuro che trascende la nostra attuale abilità di capirne la natura’. La speranza radicale non è qualcosa che abbiamo, ma qualcosa che mettiamo in pratica; richiede flessibilità, apertura, e ciò che Lear chiama ‘eccellenza d’immaginazione’. La speranza radicale è la nostra arma migliore contro la disperazione, anche quando la disperazione sembra giustificata; rende possibile sopravvivere alla fine del nostro mondo. Solo la speranza radicale può aver immaginato l’esistenza di gente come noi. E io credo che ci aiuterà a creare un futuro migliore, un futuro con più amore.

Potrei dire di più, ma sono già di troppo, Q.: è tempo di affrontare questo nuovo mondo difficile, di tornare al lavoro splendente della nostra gente. Il buio, dopotutto, si sta dissipando, un nuovo giorno sorge.

Affetto, J

[Originale in inglese di Junot Díaz, ‘Aftermath: Radical Hope‘]

Contro l’Estinzione, di Jenny Zhang

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Note sulla creazione del Movimento

Quanto sangue è già stato versato per assicurare l’appetito gonfio e nocivo dell’Impero Americano, per assicurare la sopravvivenza della supremazia bianca, dell’imperialismo, del capitalismo, del patriarcato cis-etero, confini, incarcerazione di massa e detenzione? Quanto ne è stato versato per assicurare l’estinzione di gente povera, gente nera, gente bruna, gente di fede islamica, gente queer e trans, comunità indigene, immigrati, profughi, movimenti di sinistra radicale che chiedono liberazione, autodeterminazione, il diritto alla vita senza incessante umiliazione e violenza? Quanto ancora ne dovrà sgorgare?

Ho passato le tre settimane prima delle elezioni in Cina, per un raduno di famiglia fissato da trent’anni. Ho incontrato centinaia di parenti mai visti in una settimana. Abbiamo noleggiato un party bus e affittato un’intera ex-fattoria, ora usata come meta rurale per persone abbienti urbane.

La maggior parte della mia famiglia è stata costretta a lavorare nelle campagna durante la Rivoluzione Culturale in Cina, per ‘rieducazione’. Uno dei miei zii ha iniziato a usare il bastone prematuramente a causa dei dodici anni passati in ginocchio dall’alba al tramonto in temperature glaciali nella provincia di Heilongjiang. Una dozzina di parenti soffrono di lesioni gastro-intestinali dopo anni di denutrizione e fame. Alcuni sono stati incarcerati. Alcuni hanno visto le loro case saccheggiate e bruciate. Tutti nutrono un tipo di dolore che io non posso comprendere, al quale non posso accedere, riguardo al passato. La sera, giravano storie sulle loro vite sotto Mao, durante la Rivoluzione Culturale. Finivano tutte in modo simile: morte per esecuzione, suicidio, carcere, o tortura. Alcuni sono sopravvissuti solo per morire una decina d’anni dopo. Tutti, mi sono accorta, sono stati mutilati.

La domanda cosa vuol dire vivere sotto un dittatore autoritario? è passata dal desiderio di conoscere la mia famiglia al desiderio di capire cosa succederà d’ora in poi. La paura che vedo è pari all’indifferenza della mia famiglia: non vedono in Trump un dittatore. Non capisco come facciano a non sentirsi in pericolo dalla sua ascesa, che è anche l’ascesa del nazionalismo bianco. Sono furiosa: sono immigrati di prima generazione che vogliono tagliare i ponti al loro passaggio. È fissato con la Cina, ho detto a mio padre riguardo a Trump due settimane fa, e volevo dire Non vedi come questo ti mette in pericolo? Non lo vedi che le uniche persone cinesi che ne trarranno vantaggio sono quelle al potere, quelle che non disdegnerebbero massacrare la propria gente? Poi è vero che, se non fosse per la supremazia bianca, la Cina sarebbe il paese più spietatamente capitalista, la potenza più ferocemente imperiale al mondo. Poi è vero che la portata e la grandezza dei danni che imperialismo e supremazia bianca improntano sulle nostre anime non può mai essere sottovalutata. Io devo accettare che i miei genitori, sopravvissuti a tre decenni di un demagogo genocida, la cui promessa socialista era una pratica fascista, non pensano sia più difficile sopravvivere oggi di quanto lo fosse allora. Quindi io vivo nella mia realtà e loro nella loro ed entrambi viviamo nello stesso mondo; e ci sono altri, legittimati, mobilitati dalla vittoria di Trump, la cui realtà include la mia estinzione, quella della famiglia, quella di chiunque non sia bianco in america.

Dobbiamo resistere all’estinzione, resistere alla violenza, resistere alla colonizzazione, resistere all’incarceramento e detenzione, resistere alla deportazione, resistere ad una terra troppo calda e troppo tossica per la vita umana, resistere alla morte mentale e fisica, e rischiare di essere mutilati se non lo siamo già stati, per poter sopravvivere.

Ora è il momento per ciascuno di insegnare a molti. La mia amica Lola, anima radicale e infermiera tiene un laboratorio di ginecologia nel suo appartamento, per chiunque voglia imparare come prendersi cura del proprio corpo e della propria salute sessuale. Se potete fare lo stesso, fate lo stesso. Se siete un’artista o attivista conosciuti al pubblico con un tracciato di parlare contro uno stato suprematista, proteggetevi adesso perché adesso non è il tempo di crudo ottimismo e rifiuto, questo è il tempo per sobrio pragmatismo e idealismo come contesti per creare un Movimento per un futuro sicuro e umano. Rendete sicure le vostre comunicazioni ora. Il pezzo di Candace Williams su Medium 70-Day Web Security Action Plan for Artists and Activists Under Siege’ è ben ricercato e utile. Se avete conoscenze tecniche, se ne sapete di informatica, insegnate a chi non sa. Uguale se avete conoscenze legali e qualsiasi conoscenza che possa essere insegnata, offerta, condivisa. Se potete permettervelo, prendete lezioni di autodifesa, ancora meglio se potete permettervi di donarle anche a qualcuno che non può. Impact è un’organizzazione discreta, volta alla legitimizzazione delle donne, la violenza sessuale, le sopravvisute alla violenza domestica, e hanno sedi in un buon numero di città. Se avete spazio a casa, pensate a come può essere usato per dare riparo, nascondere, proteggere, sfamare quelli che rischiano carcerazione o deportazione.

Incontratevi tra di voi di persona, scrivete le cose su carta. Organizzate incontri solidali e organizzate addestramenti per intervento da testimone/distensione in modo da poter fare il possibile per proteggere corpi neri, bruni, Musulmani sotto assedio con i nostri corpi. Se non sapete da dove partire, iniziate con questa lista. Boicottate aziende che agiscono con, o che sostengono la famiglia Trump. Divulgate la notizia di uno sciopero generale per il 20 gennaio 2017, per l’Inaugurazione presidenziale.

Se non siete organizzatori, imparate da chi organizza a livello indipendente, imparate dagli abolizionisti dei carceri, imparate dalle popolazioni indigene che hano dovuto difendere le loro terre, imparate dal movimento Black Lives Matter, imparate dai protettori dell’acqua Standing Rock NO DAPL, imparate da attivisti e organizzazioni che stanno lottando e che hanno lottato in Sud America, Asia, Africa, il Medio Oriente, l’Europa dell’Est, quelli che resistono i regimi aiutati dagli Stati Uniti, l’intervento USA, gli attacchi coi droni sulle loro case e sulle loro genti. Impegnatevi al livello più locale possibile e siate generosi. La vostra umiltà e disponibilità a svolgere anche i compiti più scomodi e senza credito dietro le quinte dovrebbe essere inversamente proporzionale ai vostri privilegi e la vostra sicurezza e la vostra esperienza in campo organizzativo. Ovvero, se siete abili di corpo, se avete soldi, se avete risorse, se siete visti come bianchi, etero, cis, se avete avuto la possibilità di sviluppare la vostra politica tramite teoria invece che imposto da violenze subite contro il vostro corpo e la vostra gente, allora fate un passo indietro, offrite una parte delle vostre risorse per aiutare gli organizzatori e attivisti a viaggiare e trovare riparo, proteggete e difendete comunità a cui non appartenete, ma non prendetevi uno spazio. L’umiltà è ciò che alimenta una lotta coraggiosa che non vi erge a salvatore.

Accettate che avrete sempre qualcosa da imparare. I testi di base sono praticamente insufficienti, ma sono un punto di partenza. Ci sono stati attivisti di colore, organizzatori, socialisti, anarchici che a lungo hanno mostrato i paralleli tra l’occupazione USA e le guerre sul territorio domestico, e quelle all’estero – le violenze che gli USA continuano a commettere contro le loro comunità nere, Latinx, API, indigene devono essere capite nello stesso contesto della violenza con cui questo paese continua nel sostenere il terrorismo israeliano contro un libero stato palestinese, o nell’ostruire l’autodeterminazione Portoricana, per non parlare i troppi da elencare violenti cambi di regime voluti e aiutati dagli USA nel mondo, incluso in Honduras, Libya, Afghanistan, Iraq, Syria, Pakistan, Chile, Colombia, El Salvador, le Filippine, Nicaragua, Haiti, Vietnam, Cambodia, Korea, Myanmar, e Laos.

Sappiate che la violenza, proprietà, diritto e distruzione di chi si identifica sullo spettro di genere e delle donne è legato in maniera intrinseca all’eredità dello schiavismo e del genocidio, e alle continue invasioni, colonizzazioni, occupazioni di territori esteri – questa è l’entità e la pervasività della cultura dello stupro. Sappiate che una vera critica e denuncia del capitalismo può venire solo da coloro che non minimizzano la resistenza alla gentrificazione, all’anti-nerismo, all’orientalismo, all’islamofobia. Sappiate che la prostituzione, come ogni tipo di lavoro sotto al capitalismo brutale e la supremazia bianca, deve essere decolonizzata, non legalizzata.

Statevene lontani dalle persone bianche che pontificano sul loro marxismo, fiere della loro disponibilità a spaccare una finestra, che parlano per prime a assemblee, che non tacciono il loro turno è finito, che cercano gloria tramite la loro politica ma offrono poca gentilezza nei loro rapporti; ma state vicini a persone nere e brune che sanno cosa vuol dire usare il proprio corpo per resistere alla morte e al degrado, che amano senza dominare. Non ci meritiamo di amare solo quando siamo colonizzati. Non ci meritiamo di costruire famiglie solo quando siamo occupati.

Tutto questo si tratta di creare un Movimento invece di un movimento, ma sappiate che ci sono state persone sul campo a costruire movimenti senza credito, senza gloria, persone che hanno invitato ad unirsi ai loro movimenti e al Movimento per tanto tempo quanto una parte dell’umanità ne ha soggiogata un’altra. Il radicale asiatico-americano Grace Lee Boggs, vissuto per cento straordinari anni di lotta, già suggerì nel 1995:

Un Movimento guadagna impeto quando le persone iniziano ad esplorare risposte visionarie alle domande poste al livello base e indipendente, e ad impegnarsi in attività pratiche che possono essere ripetute senza enormi burocrazie. Agli albori di un Movimento, le risposte visionarie in procinto di essere esplorate sembreranno a molti troppo radicali o impossibili da mettere in pratica. Se non lo sono, probabilmente non sono abbastanza profonde per creare un Movimento.

Questo è il momento per la nostra visione abbagliante. Allo stesso tempo, ovvio, ci sono anche case da pulire, vestiti da lavare, bambini da accudire, e acqua pulita da versare. Se sapete cucinare… preparatevi. Ci saranno tante persone da sfamare.

[Originale in inglese di Jenny Zhang, ‘Against Extinction‘]

There and back again

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too many roads to cross too many bridges too many inches becoming centimetres slowly crawling timezone over timezone through mountains and planes into plain sight. i see you and i do not want and i see you and i do and all the helplessness rises up again and again and again. teach me the sounds of moving and splashing and dokidoki and jumping and glitter and mochimochi and squelching after a long day of rain and the sound that minds make when the spark is shared when the shock is spared when we pair words when we fare well in the worlds apart we inhabit. at least it was here, right? at least we did not count the reasons we should stay they remain they maintain they are still also here still reasons still valid they still count. i do not want to feel how much it hurts or how much joy it brings but i do, i let it swell and inflate and modulate my lungs and stomach. i choose books and screens and pages that tell me what i’ve left where i’ve been when i’ve said which instincts we’ve followed and what lines we’ve crossed and what we leave behind. so we leave traces we leave marks we leave signs. and we fall. and we leave. believe when i say that books were made for this that books were made out of this that oceans were made out of rivers for stars and bears and nights to shine that moon and sun are one and we count to five and sleep, at last.

before we got lost
our words carved the paths we took.
just read back, and smile

 

 

i want to be friends but i’ve touched your boobs (and other things): a (prose) poem on how to be aggressively platonic

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i) in spite of your perfect hair and the shy dimple under your left cheek i wonder if i should have put my arm around you that night because when i think of you i only want to see the way your mouth goes bright as you tell me the names of the fish skipping across the water and the way your fingers make knots in rope so easy like every simple piece of string could coil into complexity but then i remember your bright mouth on mine and the ocean roaring inside me and how you knotted our fingers together so tight so close so we wouldn’t drift apart

ii) my stride is small my voice is smaller would you hear me if i shouted across the fields over the mountains through bamboo forests clicking in the wind would you see me running with thread and needle trying to stitch our islands together

iii) these things take time i tell myself i need space you say when i breathe my lungs inflate with salt and sky there is endless seaglass inside me rolled smooth but sometimes i must dive to cold depths to see even a glimmer of a sunken star i am breaking my hands on time and space and maybe this was a mistake

iv) the thread is red i see it out the corner of my eyes but when i look too hard it vanishes and it isn’t joy i feel but i tell myself it will be

v) most people grew vocabularies for this much younger than i, learned to put out fires, learned the language of storms, learned to suture open wounds tenderly as not to leave scars and now i flounder in the shallows, water kissing the backs of my knees but drowning would be simpler than this oh drowning would be simpler

vi) so i drown. i let the you the me the us the shallow the deep the wave after wave after waving you away at the station that one afternoon drown me. i drown in remembering limbs and fingers and hands and eyes and how you said what you did in tongues i did not know tongues i got to know tongues i have come to miss and down, deep down, i start to forget.

vii) i breathe again, coming up to the surface, knots in my hair – no matter, they’ll be gone with the next haircut, drastic measures for drastic issues – and look around. the sky is gone, fallen into the ground somewhere somewhen, as i looked for you through the sheen the surf the direction of the current swirling around my thighs my knees my ankles as I step out, slowly, back to land back to safety back to me. but i look back, just once just one more time, one more look

viii) (one day i will look and there will be nothing in the way of a different you)

ix) I look up from the screen. Have I been gone that long? I mean, no one is an island, but I seem to be running on my own timezone sometimes. That long? I look up to the clock above the screen. That long. I look back down. You have replied a number of times, I’m the one ignoring you this time. I do need space. We both did. Time is not the issue, of course. Space, strangely enough, is. Even confined within the green and blue walls of a text, space is an issue. We keep pushing at each other, waiting for something to give, again, despite what we said. Afraid to be pulled in again. I know I am.

x) Define. Synonyms. Thesaurus.com. Rhymezone. How to. How to find the words. How to lose weight in a week! How to tell someone they’re adopted. How to tell someone that it’s complicated but you want to see them but not in that way but also you do. How to tell someone you’re pregnant. How to video exclusive. How to go about starting the conversation. How to lose friends and alienate people and befriend aliens. How to tell you.

Collaboration with Emily Chou

Night shuffle

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Play.

I did not mean to walk your streets tonight, but I did. I walked past your defences, your missing kind, your barely hidden happiness, as someone held me and helped me up.

Skip.

Walls of colour, from A to H, spread themselves before me, leading to hues of pink, gold, oxidized bronze. Your trees hold twinkling fruits, and I still don’t know how to be alone.

Skip.

No silver, no wick, no weaving. The flint is still there, stubborn and content. Glint of glass walls further to one side, no one reading, seasons change, people fall, hearts beat.

Skip.

Is there something I should know? Hall after hall you still keep secrets, even in the open, hardly hidden, standing tall in stone and tar. Bridges need crossing.

Skip.

Before the other side, some of your plainness shows, and still manages to pluck, softly, strings that had settled, gently. You’re the lucky one, you caused it.

Skip.

Orion, inevitably on your sky. Fairy lights, also inevitably, on your skyline. Friends intermittently on your roads, this road. Some have come home, some on your back.

Skip.

It’s getting cold. I’m getting cold. Walk with me some more, first. A ghost above me, pasts beside me, a door just ahead. Am I ever coming back for you..?

…skip.

(Bonus track: No words left after all that. Just step forward, right or wrong foot, doesn’t matter. Time to walk again. Time to set out and find the next one. I might be back.)

Ghostwriters

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They were huddled in the same room, as if in a crooked nest, some scribbling away, some, admittedly, were typing on small keyboards. At seemingly regular intervals, they would silently squabble as if their worlds mattered more than any of the others. It was a peculiar circle, with more sharp angles than you might envisage – you could feel the tingling tension zig-zagging around the table. There were some lights, but their warmth felt unsure, tentative, even scared of shining too bright, as the shadows would only grow deeper as a result. The trickling noise of tapping on the tables, the clicking of pens, keyboards, thin fingers scuttling across the surfaces, was only interrupted – almost as if on a loop – by a peculiar but all too familiar moan. It would hang in the air for a handful of seconds, haunting all present company, lingering just enough to become uncomfortable, only to slowly dissipate into the incessant scritching on paper, the constant clicking sound of keys.

No eyes looked up, no contact made between the figures in the circle, no movement other than what required for the production of more work, more words, more paper, more screens, more, more, more. Lines building upon lines, stories stacked up precariously and vanishing to other rooms, to other – much wider, much louder, much livelier – worlds.

 

Outside the building, in the growing chill of that autumn night, people passed by, entirely oblivious to the figures inside. It was as if they weren’t really there after all.

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