Category Archives: Translations

A Reader's Decade

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No one asked for it, no one needs it but me. Someone might find it, someone might appreciate it other than me.

I had initially considered writing a top ten for books in the past 2009-2019 period, but realised that books are not the only reading I do, or that anyone should do. In no real order, then, other than their timing, the top 10 reads from the past decade that have, in some way, stuck with me: fiction, non fiction, comics, short, illustrated, poetry, and bits in between.

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Pianto in Poesia con Optimus Prime

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Sei una cosa infelice, condannata ad aver gambe,
con ogni passo porti il peso di amori perduti, amori lasciati,
lavori persi, la montagna di carenze, l’ammontare di mancanze.
Ma le tue gambe si stancano di tenerlo, e te lo muovi sopra
alla testa. Poi la tua testa si stanca, e te lo sposti
sulle spalle. Poi sono stanche & te sei stanco
& non sai cosa fare se non ripiantartelo nelle gambe,
nei piedi, & trascinartelo nel supermercato.
Provi a vendere il tuo dolore al polipo
i cui tentacoli giacciono a fettine. Ma non vuole.
Provi a congelare il tuo buio ma il freezer
lo risputa. Metti un cappello rosa al tuo grigiore
& lo marci verso il negozio di giocattoli dove provi a darlo via,
restituirlo all’ultima versione dell’irraggiungibile
robot della tua infanzia, il camion che si trasforma, un paio
di braccia che reggono pistole, potrebbe reggere il tuo dolore, te.
Ma il pianto è retto dal tuo cuore ora, la tua squisita
macchina personale che sembra finalmente riuscire a contenerlo.
Poi anche il muscolo più testardo si stanca, & lo spedisce
lungo il sistema circolatorio & il sangue lo porta
in ogni parte del tuo corpo allo stesso tempo, e non c’è più movimento.
E allora rimani, seduto nel negozio di giocattoli, come la fine
di una valanga, ogni roccia, albero & desiderio che sia tuo
ora schiacciato, ammassato. & l’urlo della tua sconfitta
è il richiamo che abbatte la montagna.

Originale in inglese di Chen Chen, ‘Sorrow Song with Optimus Prime

La domanda dell’unicorno, di Cynthia So

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L’unicorno che viveva al limite della città non si vedeva
da un po’ di tempo, da quando ero ancora una ragazza
con la pelle di cotone e una boccuccia rammendata. Ci
incontriamo al negozietto per la prima volta dopo anni,
mentre compra il latte, come me. Ha venduto la casa,
lasciato il lavoro, viaggiato per il mondo. Ha visto un
narvalo. Lo sapevo io che c’era chi vendeva i corni di narvalo
cercando di passarli per unicorno? Che imbroglioni.
Sono interessanti anche i narvali. Non se lo meritano.
Dove vive ora, quindi, l’unicorno? Oh, un po’ qui,
un po’ là. Soprattutto in mezzo ai boschi. Cosa ho
combinato in questi anni? Spallucce. Ho un lavoro, ma
comprare casa? Tsé. Viaggiare – beh, sarebbe bello.
‘Non sono più vergine,’ dico all’unicorno. Sbuffa.
Non so come prenderla. Mi ricordo come l’accarezzavo
da bambina, quando le foglie autunnali
non erano cadute ancora abbastanza
da farmelo notare. La gentilezza dell’unicorno di allora.
Ma ancora adesso mi carezza la testa col muso, mi lascia
accarezzarne il manto. Al mio tocco, il corno splende
di un universo di colori, come anni che si riversano da
un barattolo scheggiato in un bacino nuovo, come se questo
autunno qua fosse il più fresco, l’autunno più dorato
che sia mai esistito. — Sei ancora bisessuale, no?
Oh. È questo che mi rende degna dell’amore di unicorno?
“Sono ancora bisessuale… Credo.” Occhi al cielo, aspetto
semplicemente che mi svisceri. Che razza di stupida fa sesso
con un uomo, lo lascia entrare nel suo letto notte dopo
notte, lo stesso uomo, di settimana in settimana in anno, e ancora
non sa se le piacciono gli uomini? Altri generi, certo,
lo so anche senza baciarne i fantasmi nel sonno
che ne sono attratta. Ma gli uomini?Non lo so.
Non lo so nemmeno quando la sua bocca mi sfiora la pelle
sotto la costola più in basso, nemmeno quando la mia mano
non gli lascia andare i capelli. Ma l’unicorno non mi fa fuori.
Ride, con il corno che proietta l’intero cielo stellato
sulla mia camicia scura, un ricciolo di polvere rosa,
viola, blu che mi passa sopra il petto, e si espande.

tradotta con permesso di Cynthia So
originale inglese su Strange Horizons

Jessica Jacobs, ‘Sulla prima caduta del nostro matrimonio’

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Nonostante io voglia darti
solo gentilezza, c’è spesso un’era tra quello che voglio
e quello che sono.
Ma quante volte ancora puoi piangermi sul petto prima che qualcosa
ci cresca di buono?
Le sequoie prosperano su terreni acidi; evoca
quel peso, quelle radici a dita indurite
per infilzarmi le costole e far partire la pompa arrugginita
nel mio petto. In quell’era, fammi
crescere: un anello per ogni anno, che segna
prosperità e secca e alluvione. Fammi ancorare di più, nelle
tue radici; rendimi parte di qualcosa di più
grande. Fammi crescere forte abbastanza
così che anche dopo la caduta
io possa esserti d’uso –
legname grezzo per travi e travicelli, un tetto
per il tamburellare incessante della pioggia stanotte. Uno spaccato
del mio tronco messo sul giradischi – registrazione
di una cosa passata, musica di una cosa
a venire. Una canzone per ogni anno
in cui imparerò ad amarti meglio.

per ConPao, un anno dopo

original English here

Oche Selvatiche, di Mary Oliver

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Non devi essere buona.
Non devi camminare sulle ginocchia
penitente per miglia nel deserto.
Devi solo lasciare l’animale dolce del tuo corpo
amare ciò che ama.
Parlami di disperazione, della tua, e ti dirò la mia.
Mentre il mondo va avanti.
Mentre il sole e i limpidi ciottoli di pioggia
si muovono attraverso paesaggi,
sopra le praterie e gli alberi profondi,
le montagne e i fiumi.
Mentre le oche selvatiche, in alto nell’azzurro pulito
si muovono di nuovo verso casa.
Non importa chi sei, non importa quanto sola,
il mondo si offre alla tua immaginazione,
ti chiama come chiama le oche, con brusca emozione –
annuncia ancora ed ancora il tuo posto
nella famiglia delle cose.

originale in inglese Wild Geese

My butcher, by Elisabetta Destasio Vettori

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My butcher had eyes of sky
the scent of linden,
white and clean petals
to cover my breasts.
My butcher
had the warm red colour of flamboyants and the strong scent
of the miraculous khat, an echo of far away Yemen.
My butcher,
lit up
candles and wrote on my back
words of honey, of myrrh. There were no nights and I had skin of moonlight;
so he said, as he carved up my life.
My butcher
had eyes of ice, sharpened word blades as if threading pearls.
He had the scent of emptiness and trodden, ruined linden flowers.
Ruins.
My butcher
had the red colour of wounds, of lies, of blows.
One piece at a time he fed
on my nudity, down to my soul,
to my last cent, to the last shred.
To my last.
I have been flesh, I have been goods, I have been water, I have been air,
I have been nothing.
I had no voice to cry. Vocal chords strangled.
I have been goods, I have been water, I have been air, I have been nothing.
But I am alive also in death and I fall from the sky in the shape of a thousand other women
and my wounds are gilded gold, between the word courage and the word love.
And I cry, cry with the voice of a thousand women:
courage
love

original Italian by Elisabetta Destasio Vettori, ‘il mio carnefice’ via Gioianet

媽媽, di Marlene Min-ling Liao

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Metronomo di coltello su tagliere
un coro di rumori

gli occhi mi si riempiono
mentre lei continua senza una lacrima

in fondo al corridoio, odori pungenti
ci sorpassano

lei ronza e borbotta
muovendosi al ritmo suo

un gorgoglio ci scappa dallo stomaco

accogliamo al suo posto dolcezza
ci abbuffiamo col naso
mentre la ammiriamo

oggi
ne copio i suoni
cercando di ricreare gli odori

gli occhi mi si riempiono
e mi fermo

il frigo ronza
e fa eco nella stanza
toccando ogni pezzo di estraneità

non c’è spettacolo qui
il calore portato via
da distanze e tempo

[tradotto con permesso dall’originale inglese di Marlene Min-ling Liao, su Ricepaper]

Un secolo, più o meno

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Un uomo intraprende un viaggio, una donna no.
Le betulle invece mormorano nel canto
di un uccello invisibile, la foresta recede incessante.

Essere soli e senza scopo: un seme
portato dal vento su pietre piatte stese
sulla riva remota. Testimone di notizie,

canti, mielina. Una delle nostre ultime è
una successione di costole distinte e vaste
in preda a collasso improvviso. Madre, scelta

non abbiamo. Madre, lui conta le nostre deboli ossa.

(Tradotto con permesso dall’originale inglese di Joan Naviyuk Kane)
#translationthurs

#GloPoWriMo 2018 26 – Twisted Idioms (VI)

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this is a cat
this is a treat
this is a cat
reaching for it

this is a cat
this is a paw
this is a cat
stepping in it

this is a cat
this is ambition
this is a cat
punished for it

this was a cat
with all of its paws
this is a cat
regretting it

#translationthurs
#gattaallardo

#GloPoWriMo 2018 24 – Da dentro il frigorifero

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Cominciamo dalle basi:
C’era una volta, e sei innamorata di lui
(Sei sempre innamorata di lui)

Sei sempre innamorata di lui,
Quindi permettici di agghindarlo col battito del tuo cuore
Fa’ che sia una fine degna per i modi in cui muori

I modi in cui muori sono una miriade
(I modi in cui muori sono sempre una miriade)
La bomba, la lama, il proiettile che punteggia la vita contata per battiti

Vita contata per battiti
Battiti che segnano l’ampiezza delle sue spalle,
La curva del suo viso quando ha il tuo nome in bocca

Il tuo nome una donna diventata sussurro,
Preghiera, ambizione soffiata nella conca del suo orecchio in lutto,
Chino sulla causa del suo eroismo

L’eroismo è sempre stata la sua fine, come la morte è sempre stato il tuo
Perchè tu sei innamorata di lui
(Sei sempre innamorata di lui)

Sei sempre innamorata di quello che fai:
Villano fatto paladino, esperimento fatto uomo dalla pelle d’acciaio
Omicidio di donna fatto tramite per avventura d’eroe

Avventura d’eroe che filtra tra i battiti della tua vita fino all’amore per un uomo
Recipiente di un mezzo, supporto per un fine
La tua fine, la fine:
Il suo c’era una volta.

 

Originale inglese di Andrea Tang, ‘A View from Inside the Refrigerator’ su Uncanny Magazine 21