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#GloPoWriMo 2017 28 – hamming it up

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i made a bouquet
with breadsticks and cured pork meat
instead of roses

you told me once that
cut flowers seems like a waste
– but food always works.

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#GloPoWriMo 2017 14 – visita

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Comincia così:
una telefonata;
prendi il pc

scendi le scale
apri la porta con le
tue chiavi ma

non fare come
fossi a casa tua.
Porta rispetto.

Chiedi permesso,
prepara da mangiare,
prendi per mano,

aspetta, siedi,
non ignorare questi
momenti. Non ora.

#GloPoWriMo 2017 12 – decostruzione

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ore 17.15, pomeriggio, caldo
garage, fresco, ancora umido
bicicletta, catenaccio, lucchetto
chiavi, cancello, salita
pedale, ruota, pista ciclabile
discesa, risalita, curva
vento, moscerini, occhiali da sole
uomo con aquilone, coppia con cane
coppia con cane, amici con pizza
cane senza coppia, lingue su gelato
gomma, strada, auto che non si ferma
pedale, pedale, piede, asfalto
stradina, muri gialli, tavolino
gelato, gelato, gelato, pizza
cane, cane, bicicletta, palazzo
angolo, bicicletta, cane, gelato
auto, auto, auto, pedone, gatto
strada, strisce, frenata, piede
catenaccio, bicicletta, lucchetto
caldo, pomeriggio, ore 17.30

Matassa, di Caroline Wong

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Mia madre mi ha lasciato una valigia di maglioni

li sferrava di mohair, lana, acrilico
in misti di ocra lucida
carminio vivo, blu sobrio, verde mare.

La vedo ora nella sua sedia rossa
preferita alla finestra davanti
i piedi su uno sgabellino
la luce del sud che si riversa in silenzio
mentre siede, e lavora a maglia
riempiendo le ore di pietra che le segnavano i giorni.
Le labbra le si muovevano mute
come se contasse i punti
intricati e nuovi sui suoi ferri consumati.

Persa nei suoi ricordi
intonava stralci di conversazioni lontane
che si dipanano dalla matassa di memorie
nell’improvvisa penombra che allaga la stanza.

[Originale in inglese di Caroline Wong, ‘Skein’]

Autopsia, di Sherman Alexie

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Ho sognato stanotte il mio passaporto sanguinante.
Ho sognato che il mio passaporto era il masso
funebre per i nostri Stati Uniti, recentemente defunti.
Ho sognato che mio passaporto era fatto d’osso –

che era una canoa scavata nel sasso.
‘Non so nuotare,’ ho detto. ‘Annegare è inevitabile
se non raggiungo riva. Sarò solo nel mio collasso
nel sale. No, troveranno il mio cadavere

con altri corpi, tutti marroni, un numero incalcolabile.’
Ho sognato che il mio passaporto era un libro di preghiere,
inascoltate dagli dei, invece fatte scrivere
da verificatori incravattati. ‘C’è più di un errore

nei suoi documenti,’ mi hanno detto. Sembrava grave,
mi han portato in una stanza di unghie su piastrelle sporche.
Ho sognato che il mio passaporto era la chiave
ma i soldati avevano bruciato le porte,

tutte le porte—una conflagrazione di porte.
Ho sognato che il mio passaporto era il mio pastore:
‘Sherman, contro i carnivori ti batterai forte
o darai le spalle ai più deboli, a chi già muore?

Sarai rifugio? O sarai collaboratore?’
Stanotte, ho sognato il mio passaporto che vive
mentre entra in terapia intensiva. Respira, gli batte il cuore,
poi sospira e chiude gli occhi. Non sopravvive.

[Originale in inglese di Sherman Alexie, ‘Autopsy’]

Etnografia, di Kristin Chang

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c’è una teoria per ogni cosa & tutte cominciano
con la luna in fiamme. la luna è mia antenata

ma ancora non lo so. la luna
mi illumina la pelle come una scena d’amore

nei film in cui ogni ragazza è un uccello
che si libra libera da una ferita, ogni ragazza

si sutura una mappa sulle palpebre
che si diparte dal suo corpo. quanti

generi di appetito, quanti
modi di avere fame: mi incarno

dove mi dici che mi vuoi, affetta
i miei fianchi in appigli & intenerisci

le mie labbra che colano luce
il colore del grasso

di coscia, mi suono in bocca a te,
il tipo di urlo che strappa via

un pollice alla radice. i ragazzi
dimostrano la durezza piantandosi

come lame di coltello in corpi da
preda, prega che i corpi

siano più dei loro cuori impagliati
e impiumati, i loro cuori snocciolati

al centro: buco grande quanto un dito
dove prima c’era la luna. è normale

aver paura dei fantasmi e dei ricordi
di ragazzi. far nascere un pugno

e leccarlo pelato. Io prendo i fantasmi
a polmonate, li passo come

respiri, un corpo si adatta
a tutti i corpi al suo interno, così tanti

che mi chiami una macelleria. le
mani che mi hanno levata

le ho abbattute come frutta tenera, ho imparato
cosa vuol dire mietere: abbattere

le porte dalla casa, svelare
la stanza stipata dei miei denti caduti

& sputare nel piatto in cui mi offro

[Originale in inglese di Kristin Xinming Chang, ‘ethnography’]

140story – Transcontinental

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