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Diamond Sharp

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‘When the world is too much.’ Quando il mondo è troppo. Da sopportare, da sostenere, da seguire.

Non è la mia di voce che importa, che serve, che conta al momento. Rinuncio quindi alle discussioni sull’invisibilità di chi traduce, per fare da tramite a queste, di voci. Una al giorno. Diciassette giorni. Diciassette voci, per più di 530 persone uccise.

Black Lady Lazarus 

Morire è un’arte e noi ragazze nere lo facciamo così bene.
Sandra &
Aiyana &
Rekia &
Tanisha &
Yvette &
Miriam &
Shelly &
Darnisha &
Malissa &
Alesia &
Shantel &
Shereese &
Tarika &
Kathryn &
Alberta &
Kendra &
Natasha &
Janisha &
Mya &
Eleanor &
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Ross Gay

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‘When the world is too much.’ Quando il mondo è troppo. Da sopportare, da sostenere, da seguire.

Non è la mia di voce che importa, che serve, che conta al momento. Rinuncio quindi alle discussioni sull’invisibilità di chi traduce, per fare da tramite a queste, di voci. Una al giorno. Diciassette giorni. Diciassette voci, per più di 530 persone uccise.

Un dettaglio necessario

è che Eric Garner ha lavorato
per un po’ di tempo per il Parks and Rec.
Dipartimento orticulturale, che significa,
forse, che con le sue mani giganti
forse, molto probabilmente,
ha posato gentilmente nella terra
delle piante che, probabilmente,
alcune, molto probabilmente,
continuano a crescere, continuano
a fare quello che fanno le piante, come far da casa
a sfamare creaturine piccole e necessarie,
come essere piacevoli al tatto e all’olfatto,
come convertire la luce solare
in cibo, come rendere più facile
a noi il respiro.

Jericho Brown

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‘When the world is too much.’ Quando il mondo è troppo. Da sopportare, da sostenere, da seguire.

Non è la mia di voce che importa, che serve, che conta al momento. Rinuncio quindi alle discussioni sull’invisibilità di chi traduce, per fare da tramite a queste, di voci. Una al giorno. Diciassette giorni. Diciassette voci, per più di 530 persone uccise.

Bullet points

Non mi sparerò
in testa, e non mi sparerò
nella schiena, e non mi impiccherò
con un sacco del sudicio, e se lo farò
ve lo prometto, non lo farò
in una volante della polizia ammanettato
o nella cella di una cittadina
di cui conosco solo il nome
perché la devo passare in macchina
per tornare a casa. Sì, sto rischiando,
ma ve lo prometto, mi fido dei vermi
e delle formiche e delle blatte
che vivono sotto alle assi
di casa mia, so che faranno la cosa giusta
ad ogni carcassa più di quanto mi fidi
che un ufficiale della legge
mi chiuda gli occhi come un uomo
di Dio può fare, o mi copra con un telo
così pulito che mia madre potrebbe usarlo
per rimboccarmi. Quando mi uccido, mi uccido
come lo fanno gli altri americani,
ve lo prometto: fumo di sigaretta,
o un pezzo di carne di traverso
o così povero che muoio di freddo
uno di questi inverni che chiamiamo
il peggio di sempre. Vi prometto che se sentite
che sono morto nelle vicinanze
di un poliziotto, quel poliziotto mi ha ucciso. Ha tolto
me dal noi e lasciato il mio corpo, che è,
non importa che ci hanno insegnato,
cosa più grande del compenso che un governo
può dare a una madre perché smetta di piangere, e più
bella del proiettile levigato e scintillante,
estratto dai recessi del mio cervello.

Lance Jeffers

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‘When the world is too much.’ Quando il mondo è troppo. Da sopportare, da sostenere, da seguire.

Non è la mia di voce che importa, che serve, che conta al momento. Rinuncio quindi alle discussioni sull’invisibilità di chi traduce, per fare da tramite a queste, di voci. Una al giorno. Diciassette giorni. Diciassette voci, per più di 530 persone uccise.

La notte mi piove catrame bollente

La notte mi piove catrame bollente in gola,
il sapore è buono sulla lingua del mio cuore,
nel mio cuore la notte versa giù la sua luna
come un residuo giallastro di melma:
la notte mi versa giù il mare in gola,
il cuore si prosciuga di sangue per amore e dolore:
la notte mi versa un canto nero in gola,
rossosangue è il colore di questa pioggia:

come la corda tesa di un canto sulla gola,
il vento tra i pini dietro alla capanna,
la solitudine che indosso come un cappotto lacero,
il terrore del ghetto in ginocchio sulla mia schiena,
l’urlo di un ragazzo nero che brucia vivo,
una donna nera stuprata, sangue che cola sulle gambe,
l’angoscia dei suoi figli, la loro rabbia per sopravvivere,
il carbone nelle loro vene che diventa fuoco prima che muoiano!

Margaret Walker

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‘When the world is too much.’ Quando il mondo è troppo. Da sopportare, da sostenere, da seguire.

Non è la mia di voce che importa, che serve, che conta al momento. Rinuncio quindi alle discussioni sull’invisibilità di chi traduce, per fare da tramite a queste, di voci. Una al giorno. Diciassette giorni. Diciassette voci, per più di 530 persone uccise.

Progenie

Le mie nonne erano forti.
Seguivano l’aratro e si piegavano al lavoro.
Si spostavano nei campi a seminare.
Toccavano la terra e il grano cresceva.
Erano colme di risolutezza e canto.
Le mie nonne erano forti.

Le mie nonne sono colme di storie.
L’odore di sapone di cipolle di argilla bagnata
con le vene ondeggianti sulle mani veloci
hanno parole pulite da dire.
Le mie nonne erano forti.
Perché non sono come loro?

Nikki Giovanni

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‘When the world is too much.’ Quando il mondo è troppo. Da sopportare, da sostenere, da seguire.

Non è la mia di voce che importa, che serve, che conta al momento. Rinuncio quindi alle discussioni sull’invisibilità di chi traduce, per fare da tramite a queste, di voci. Una al giorno. Diciassette giorni. Diciassette voci, per più di 530 persone uccise.

Come entri

Come entri
in una poesia

Dallo stesso punto
in cui entro in te
con equilibrio
e fiducia
e un senso sgargiante
di avventura

Colorare fuori
dalle righe
indossare abiti tagliati
contro i pregiudizi
con spezie
in mezzo ai fiori

Una poesia si spiega
come un piccolo di pipistrello
che prova ad aprire le ali
o la micetta che inizia
a muoversi sulle zampe
o un cane fedele
su zampe artritiche
che avanza verso la porta

C’è la tristezza
insieme alla perdita
nella promessa
di un amore

Iniziamo una poesia
con desiderio
e la finiamo con
responsabilità

E ridiamo
per tutte le tempeste
che sicuramente
arriveranno

Abbiamo ombrelli
Abbiamo stivali
Abbiamo l’uno
l’altro

Essex Hemphill

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‘When the world is too much.’ Quando il mondo è troppo. Da sopportare, da sostenere, da seguire.

Non è la mia di voce che importa, che serve, che conta al momento. Rinuncio quindi alle discussioni sull’invisibilità di chi traduce, per fare da tramite a queste, di voci. Una al giorno. Diciassette giorni. Diciassette voci, per più di 530 persone uccise.

Cordon nero

Bevo champagne la mattina presto
invece di uscire di casa
con un M16 e senza meta.

Muoio due volte più in fretta
di un qualsiasi altro Statunitense
tra i diciotto e i trentacinque.

Questo mi disturba
ma non lo do a vedere in pubblico.
Ogni mattina che apro gli occhi è un miracolo.
La benedizione di aprirli
è momentanea ogni giorno
potrei essere fatto fuori.
Potrei saltare.
Potrei dimenticarmi di stare attento.
Anche i miei fratelli, cacciati, mi cacciano.
Sono l’unico a curarsi di me
e a volte non me ne frega niente.
La mia vita sentimentale potrebbe uccidermi.
Ogni giorno scelgo tra violenza
e comportamento che salva ogni vita
tranne la mia.

Non oltrepasso.
E’ ora che qualcun altro venga a me
non con accondiscendenza fisica,
sessuale, o tanto per ridere.
Sono stufo di essere una specie in via d’estinzione,
stufo d’essere una maledetta statistica.
Ma che scelta ho?
Potrei partire senza intenzione
di tornare a casa stasera.
Potrei darmi alla follia in centro
e scatenare l’inferno su un tetto col mitra.
Potrei vivere per un attimo soltanto
sul notiziario delle sei,
o potrei mascherarmi ancora una volta
per apparire nelle camere di commercio
e sogni americani.

Muoio due volte più in fretta
di ogni altro americano.
E mi verso un bicchiere di champagne,
lo taglio con una goccia di succo d’arancia.
Dopo aver ingoiato il valium,
la mia festa privata
per essere ancora vivo stamattina,
lascio il mio rifugio.
Mi guardo la vita senza scusarmi.
I miei problemi sono poche cose
e personali.

Gwendolyn Brooks

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‘When the world is too much.’ Quando il mondo è troppo. Da sopportare, da sostenere, da seguire.

Non è la mia di voce che importa, che serve, che conta al momento. Rinuncio quindi alle discussioni sull’invisibilità di chi traduce, per fare da tramite a queste, di voci. Una al giorno. Diciassette giorni. Diciassette voci, per più di 530 persone uccise.

Ultima quartina dalla ballata di Emmett Till – Gwendolyn Brooks

(dopo l’assassinio
dopo il funerale)

La madre di Emmett ha un visino perfetto;
del colore del toffee tirato.
Siede in una stanza rossa
mentre beve caffè nero.
Bacia suo figlio ucciso.
E si scusa.
Caos di grigi ventosi
su una prateria rossa.

Audre Lorde

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‘When the world is too much.’ Quando il mondo è troppo. Da sopportare, da sostenere, da seguire.

Non è la mia di voce che importa, che serve, che conta al momento. Rinuncio quindi alle discussioni sull’invisibilità di chi traduce, per fare da tramite a queste, di voci. Una al giorno. Diciassette giorni. Diciassette voci, per più di 530 persone uccise.

Litania per sopravvivere – Audre Lorde

Per quelli di noi che vivono sull’orlo
in piedi sempre sul ciglio di una decisione
cruciale e solitaria
per quelli di noi che non possono permettersi
il sogno sfuggente di una scelta
che amano sulle soglie trafficate
nelle ore che precedono albe
scrutando all’interno e all’esterno
al contempo prima e dopo
cercando un presente pregno
di futuro
come pane nelle bocche dei nostri figli
che i loro sogni non riflettano
la morte dei nostri:

Per quelli di noi
segnati dal terrore
come una linea lieve al centro della fronte
imparando ad aver paura col latte di nostra madre
che per questa arma
questa illusione di una salvezza da trovare
la speranza dai piedi di piombo che ci silenzia
Per tutti noi
questo istante e questo trionfo
Non era nei piani sopravvivere.

E quando sorge il sole abbiamo paura
potrebbe non restare
quando tramonta il sole abbiamo paura
potrebbe non sorgere domani
quando lo stomaco è pieno abbiamo paura
di un’indigestione
quando lo stomaco è vuoto abbiamo paura
di non poterlo più riempire
quando siamo amati abbiamo paura
che l’amore svanisca
quando siamo soli abbiamo paura
che l’amore non torni
e quando parliamo abbiamo paura
che le nostre parole non siano ascoltate
né le benvenute
ma quando non parliamo
abbiamo comunque paura

Quindi è meglio parlare
ricordandoci che
non era nei piani sopravvivere.

NaPoWriMo / GloPoWriMo 2016 2 – Qualcun*

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Qualcuno era femminista perché era vissuto fuori dall’Italia.
Qualcuno era femminista perché la nonna, la zia, la sorella… il babbo no.
Qualcuno era femminista perché vedeva la prima generazione, la seconda, la terza e ancora qualcosa mancava.
Qualcuno era femminista perché si sentiva solo, ma non aveva paura.
Qualcuno era femminista perché aveva avuto un’educazione troppo cattolica.
Qualcuno era femminista perché il cinema lo esigeva, il teatro lo esigeva, la pittura lo esigeva, la letteratura anche… lo esigevano tutt*.
Qualcuno era femminista perché “La Storia è dalla nostra parte!”.
Qualcuno era femminista perché glielo avevano detto.
Qualcuno era femminista perché non gli avevano detto tutto.
Qualcuno era femminista perché prima era sessista.
Qualcuno era femminista perché aveva capito che la terza generazione andava piano ma lontano.
Qualcuno era femminista perché Sibilla Aleramo era una brava persona.
Qualcuno era femminista perché Berlusconi non era una brava persona.
Qualcuno era femminista perché era maschio ma non macho.
Qualcuno era femminista perché beveva (non proprio) e si comportava come una persona normale.
Qualcuno era femminista perché era così ateo che aveva bisogno di una morale.
Qualcuno era femminista perché era talmente affascinato che voleva essere un* di loro.
Qualcuno era femminista perché non ne poteva più del qualunquismo.
Qualcuno era femminista perché voleva un’uguaglianza seria, vera.
Qualcuno era femminista perché la patriarchia i diritti la lotta. Facile no?
Qualcuno era femminista perché la rivoluzione oggi no, domani forse, ma dopo domani sicuramente…
Qualcuno era femminista perché gli slogan non bastavano più.
Qualcuno era femminista e confondeva a suo padre.
Qualcuno era femminista perché guardava sempre oltre.
Qualcuno era femminista per moda, qualcuno per principio, qualcuno per frustrazione.
Qualcuno era femminista perché voleva pareggiare tutto.
Qualcuno era femminista perché conosceva gli impiegati statali, parastatali e affini.
Qualcuno era femminista perché aveva capito che l’“intersezionalismo” è l’unico modo.
Qualcuno era femminista perché era convinto d’avere dietro di sé amici e compagni.
Qualcuno era femminista perché era meno femminista di altri.
Qualcuno era femminista perché c’era il grande movimento femminista.
Qualcuno era femminista nonostante ci fossero altri movimenti femministi.
Qualcuno era femminista perché c’era bisogno di meglio.
Qualcuno era femminista perché abbiamo il peggior tipo di parità d’Europa.
Qualcuno era femminista perché lo status peggio che da noi …oddio.
Qualcuno era femminista perché non ne poteva più di migliaia d’anni di uomini viscidi e ruffiani.
Qualcuno era femminista perché gli stupri, l’aborto, gli uteri in affitto, le quote rosa, il Berlusconismo, Miss Italia, eccetera, eccetera, eccetera.
Qualcuno era femminista perché chi era contro era femminista.
Qualcuno era femminista perché non sopportava più quella cosa sporca che ci ostiniamo a chiamare ‘tradizione’.
Qualcuno credeva di essere femminista e forse era qualcos’altro.
Qualcuno era femminista perché sognava una libertà e una parità diversa.
Qualcuno era femminista perché pensava di poter essere vivo e felice solo se lo erano anche altr*.
Qualcuno era femminista perché aveva bisogno di una spinta verso qualcosa di nuovo, perché era disposto a cambiare ogni giorno, perché sentiva la necessità di una morale diversa, perché forse era solo una forza, un volo, un sogno, era solo uno slancio, un desiderio di cambiare le cose, di cambiare la vita.
Qualcuno era femminista perché con accanto questo slancio ognun* era come più di se stess*, era come due persone in una. Da una parte la personale fatica quotidiana e dall’altra il senso di appartenenza a una razza che voleva spiccare il volo per cambiare veramente la vita.
No, niente rimpianti. Forse anche allora molt* avevano aperto le ali senza essere capaci di volare, come delle gru ipotetiche.

E ora? Di nuovo, ora ci si sente come in due: da una parte l’umano inserit* che attraversa ossequiosamente lo squallore della propria sopravvivenza quotidiana e dall’altra la gru, che vola contro il cielo, contro il sole, contro la tempesta.

Stavolta, niente miseria.

(Niente spunto, ma ringraziamenti a Gaber. Certe risposte a volte cambiano, ma il simbolo rimane.)
nlis