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Dagli angoli

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Cominciai a scriverti partendo dall’angolo.
Prima ancora delle piante dei piedi stanche, le dita
delle mani stufate sui tavoli da pulire,
i contorni delle occhiate attente ai clienti fuori,
prima ancora partii dallo spigolo del tavolo
a cui ero seduto, bicchiere di tè verde da un lato,
portatile aperto dall’altro, barra intermittente
che mi giudicava per essermi distratto,
di nuovo, dal paragrafo a cui avrei dovuto lavorare.
Levigato, angolo smussato di quasi legno
dalle linee troppo precise per essere naturale,
e decisamente non da pulire, non questo, non ancora.
Quindi tornai a te, a scrivere di come sorridevi
anche nella stanchezza e nell’offesa, una virgola
su come i capelli ti scendevano sulle guance
mentre preparavi la lavastoviglie,
di come ballavi, ancora, al tempo della musica
ripetuta dall’apertura del bar ad ora.
Con leggerezza, anche sotto al vassoio
ricolmo di tazzine, tra un tavolo e l’altro.
E di come sospiri, di nascosto
quando accendi la macchina del caffé
che nessuno può sentire, che nessuno può vedere
l’espressione che fai, mentre nell’angolo accanto al mio
giocano a backgammon, leggono il giornale,
e la tastiera davanti a me torna a ticchettare,
a sospirare anche io, mentre metto un punto
fuori posto, per ora, per tornarci un’altra volta.

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Teoria dei caffè

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Un caffè
caposaldo, punto di partenza alla fine
del pasto magari con la pasta. E le verdure. A posto?

Du’ affè.
L’aspirazione che arriva anche se tarda
e mastica un po’ che ispirazione non manca.

Treccaffè
cosí, cattivo, duro. Dispari
per non disperare, e la speranza si risveglia.

Quattraffè:
Vedi due, ma al doppio.
Doppia forza doppi fondi
doppiaggio lasciato a mezzo.

E cinq se’ sett via, in aggiunta alla serie
già in lizza, in tazza ristretta anche se accozza
– tanto poi l’abbozza.

Che la teoretica bozza per ora si ferma, qua,
in goccia di arrivo colata dal bordo
– che amarezza – segnando il punto fine. Per l’appunto.

a Valentina Ferrari e il gruppo Caffellatte
con scuse a Benigni