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#GloPoWriMo 2017 10 – Halls

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Non è la tua voce né la sua assenza
che rimane impressa anche anni dopo
ma un odore specifico associato ad una
sensazione particolare che viene
dal ciucciare una caramella Halls
nel pacchetto nero extra forte
rigorosamente senza zucchero
più delle sopracciglia più del naso rotto
più dei sistemi del Totocalcio
sono le Halls che bruciano la lingua
che più ricordano te.

te che non impari mai

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non hai mai imparato ad ascoltare le voci che non ti chiamano
preferisci dare retta ai post-it che portano il tuo nome
i titoli di libri canzoni bottiglie di shampoo che non usi più
scatolette con valori nutrizionali che fai finta di capire
di sapere se sono in linea con le tue credenze le tue scelte le tue
idee di educazione per poi passare ad un menù a troppa scelta
alla ricerca di qualcosa di nuovo (tanto poi scegli sempre margherita)

non hai mai imparato ad ascoltare le voci che non ti cercano
andare d’accordo con i messaggi e le notifiche sul tuo schermo
ti resta più facile più diretto più decisamente rivolto a te
che non devi installare nulla di nuovo per farle funzionare
e il supporto tecnico si può applicare su tutta la gamma
delle emozioni programmate che ti girano sullo sfondo
senza sfinire la batteria come l’ultima volta (clicca per la rece)

non imparerai mai rimasto senza un manuale o un video
che ti mostri come procedere una serie di istruzioni
che ti aiutino a distinguere cosa conta e cosa no cosa vale
e cosa no cosa importa veramente cosa cambia questa volta
cosa succede se ti ci applichi cosa succede se centri cosa c’entra
se manchi se ti manca se manca qualcosa alla fine all’arrivo
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Margaret Walker

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‘When the world is too much.’ Quando il mondo è troppo. Da sopportare, da sostenere, da seguire.

Non è la mia di voce che importa, che serve, che conta al momento. Rinuncio quindi alle discussioni sull’invisibilità di chi traduce, per fare da tramite a queste, di voci. Una al giorno. Diciassette giorni. Diciassette voci, per più di 530 persone uccise.

Progenie

Le mie nonne erano forti.
Seguivano l’aratro e si piegavano al lavoro.
Si spostavano nei campi a seminare.
Toccavano la terra e il grano cresceva.
Erano colme di risolutezza e canto.
Le mie nonne erano forti.

Le mie nonne sono colme di storie.
L’odore di sapone di cipolle di argilla bagnata
con le vene ondeggianti sulle mani veloci
hanno parole pulite da dire.
Le mie nonne erano forti.
Perché non sono come loro?

Dagli angoli

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Cominciai a scriverti partendo dall’angolo.
Prima ancora delle piante dei piedi stanche, le dita
delle mani stufate sui tavoli da pulire,
i contorni delle occhiate attente ai clienti fuori,
prima ancora partii dallo spigolo del tavolo
a cui ero seduto, bicchiere di tè verde da un lato,
portatile aperto dall’altro, barra intermittente
che mi giudicava per essermi distratto,
di nuovo, dal paragrafo a cui avrei dovuto lavorare.
Levigato, angolo smussato di quasi legno
dalle linee troppo precise per essere naturale,
e decisamente non da pulire, non questo, non ancora.
Quindi tornai a te, a scrivere di come sorridevi
anche nella stanchezza e nell’offesa, una virgola
su come i capelli ti scendevano sulle guance
mentre preparavi la lavastoviglie,
di come ballavi, ancora, al tempo della musica
ripetuta dall’apertura del bar ad ora.
Con leggerezza, anche sotto al vassoio
ricolmo di tazzine, tra un tavolo e l’altro.
E di come sospiri, di nascosto
quando accendi la macchina del caffé
che nessuno può sentire, che nessuno può vedere
l’espressione che fai, mentre nell’angolo accanto al mio
giocano a backgammon, leggono il giornale,
e la tastiera davanti a me torna a ticchettare,
a sospirare anche io, mentre metto un punto
fuori posto, per ora, per tornarci un’altra volta.

NaPoWriMo / GloPoWriMo 2016 29 – Mi ricordo

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Mi ricordo di quando lo dicesti in dialetto. Amarcord, improvvisato.
Mi ricordo di quando eri rossa di capelli. E dicesti di no, ma anche sì.
Mi ricordo di quando non avevi ancora visto Guerre Stellari. Né te, né te.
Mi ricordo di quando mi vomitasti addosso, mentre ti tenevo sulle ginocchia.
Mi ricordo di quando ti ho fatto piangere. Eravamo in auto, e avevo sbagliato.
Mi ricordo di quando mi sono visto piangere. Ero in aeroporto, in autobus, in treno.
Mi ricordo di quando provavi a stringermi le braccia. Avevi la faccia cattiva.
Mi ricordo di quando ti ho baciato. Era quasi per sbaglio, ed è durata per anni.
Mi ricordo di quando sono partito la prima volta. Non ho mai smesso, di partire.
Mi ricordo di quando creasti una strana famiglia. Per qualche motivo, ne ero a capo.
Mi ricordo di quando mi hai detto che ti saresti mangiata le mani. Ma ormai è tardi.
Mi ricordo di quando ti ho visto sul palco. Avevo la febbre, entrambe le volte.
Mi ricordo di quando ho provato a conoscerti. E provato. E provato. E fallito.
Mi ricordo di quando eravamo in tre, e tu fosti il primo a buttarti. Sul riccio, in pieno.
Mi ricordo di quando mi hai baciato. Sapevi di fragola, e ridevamo, ed ero nervoso.
Mi ricordo di quando sei arrivata a casa. Eri piccola, dolcissima, un disastro.
Mi ricordo di quando sono crollato la prima volta. Ero da solo, a letto, tremavo.
Mi ricordo di quando me li hai presentati. I libri, i CD, e tuttora ne faccio parte.
Mi ricordo di quando sei venuto a piangere da me. Fino alle quattro di mattina.
Mi ricordo di quando facevamo progetti. Dovevamo essere io e te, poi sono andato solo io.
Mi ricordo di quando ti ho visto furioso. Era l’unica volta, e ci hai terrorizzato.
Mi ricordo di quando ho bevuto per l’ultima volta. Mi sentii male, e smisi del tutto.
Mi ricordo di quando mi leggesti il tatuaggio. Eri l’unica a cui piacesse, allora.
Mi ricordo di quando ho iniziato a scrivere. Ancora, a volte, tentenno a metà frase.

(Input da Napowrimo.net giorno 29.)

NaPoWriMo / GloPoWriMo 2016 17 – Soré

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Ci son voluti anni per mettersi
in pari, tra principi e grattacapi
rosticciana e vino da un lato del tavolo
acqua e couscous dall’altro –
spinaci al centro, compromesso facile.

Ci son voluti anni per ricordarsi
dei morsi sulla schiena,
delle portiere sull’occhio,
delle altalene nel mento
con una risata o due, anche scettica.

Ci son voluti anni per trovarsi
a distanza, da un paese a un paese ad
un altro ancora, sempre di scambio econ qualche cambiamento necessario
da entrambe le parti.

Ci son voluti anni per capire
che le frasi da dire son poche
alla fine. Mm-hm. La macchina ti serve?
Skype? Andiamo a correre! Mah.
Famose ‘n serfi.

Ci son voluti anni.

 

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NaPoWriMo 2015 Day 23 – The story of my person

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The story of my person
is the story of a giant fear
of being myself,
opposed to the fear of losing myself,
opposed to the fear of the fear.
It could not be otherwise:
in apprehension we lose our memory
in submission everything.
It couldn’t,
my childhood,
pillaged by family,
allow me a stable, concrete maturity.
Nor my solitary life
allow me something less fragile
than this thrashing between worries and insecurities.
I survived childhood,
I survived adulthood.
Almost nothing compared to life.
But I survived.
And now, in the ruins of my being,
something, a firm utopia, is about to bloom.

[Original Italian by Piera Oppezzo (1934-2009).]

NaPoWriMo 2015 Day 9 – The Boxing Girl

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And then our hands
washed themselves
lay themselves
on our laps
have slept
run by time
saved themselves
ones on the others
a safe for actions.

If I can’t hold you,
curl your fingers of light,
make a fist,
stay.

[Original Italian by Chandra Livia Candiani (1952-), ‘E poi le mani’.]

NaPoWriMo 2015 Day 3 – The Blue Dress

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So, weirdest thing at work today. Father of two, happily married, shows up on my table.
Preliminary report is useful as always, but hey.

‘neighbours unsure about the events, no one appears to have heard anything,’ ‘twin girls (two) found playing on the landing outside the bedroom,’ ‘body on the double bed, inside the room’

Hah. Mostly inside the room, from what I saw.

He was wearing a blue dress that would’ve been too small, had the limbs not been ripped from the torso. As I said, mostly. The man’s face had been made-up by inexpert hands: too big a lipstick smile, too much shadow on the eyes, mascara tracks on cheeks. Very shaky, not a good job, but they knew what went where for the most part.

‘remains of tye-dye around mouth area,’ ‘possible poisoning,’ ‘forced ingestion’

He would’ve resisted being fed something. Even if he did know the person. But we did find something else for the report, in the wounds.

‘fragments of hard plastic and vinyl,’ ‘traces of glass,’ ‘synthetic fibre’

Their other father still hasn’t been found. We do know he’s dead, though. He has to be, with his arms and legs adorning his husband’s body. That blue dress really did not work on either, and the blood red was no improvement. Heh. Sorry. Morgue humour. But yes, limbs taken off one, stuck on the other, like a giant mix-and-match toy. Yeah, as I said, weird.

…what do you mean, what were the girls playing with?

140Story – Festive Edition

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New year, new short short stories – and this one is definitely not inspired by my Italian grandmother. She hates rhymes.

Make sure to head over to the new 140Story website to find more tiny tales!

non
So Grangsta, yo.