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Veniva dal sud, quel pomeriggio,
come vennero loro tempo prima,
e portava con sé il gelsomino. Ne portava
l’odore, i fiori, i colori e i rami.
Li portava in mano e li porgeva
uno ad uno, con delicatezza a volte,
a volte a manciate, tirate in faccia,
quando meno te lo aspetti.

Sembrava un pomeriggio da innamorarsi
fra l’estate dietro la pagina e le nuvole oziose,
fra la brezza e il sole a pioggia fra i capelli,
fra calabroni e motorini che si corteggiavano
a distanza di un paio di strade e qualche cortile.

Il gelsomino, a tardo pomeriggio, strinse le foglie
e prese mira, spietato, tra occhi e bocca dello stomaco,
con calma, dolcezza, odore di spezie rimaste
dagli avanzi del pasto ancora in tavola.
Mostrare i denti è aggressione, per alcuni
reazione immediata di un senso spiazzato,
lasciati per la strada – risolino, occhiata, paura
che striscia e ronza tra le foglie.

Era un pomeriggio soleggiato, da riposo,
ma il gelsomino non dava tregua. Tralicci
lanciati all’assalto di balconi e memorie,
arpioni nell’intimo, selvaggio nel suo agguato.
In cucina, piatti sporchi, un portatile aperto,
bozza di una lettera mai inviata, bottiglia d’acqua vuota.

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