Tag Archives: Italian

Jessica Jacobs, ‘Sulla prima caduta del nostro matrimonio’

Standard

Nonostante io voglia darti
solo gentilezza, c’è spesso un’era tra quello che voglio
e quello che sono.
Ma quante volte ancora puoi piangermi sul petto prima che qualcosa
ci cresca di buono?
Le sequoie prosperano su terreni acidi; evoca
quel peso, quelle radici a dita indurite
per infilzarmi le costole e far partire la pompa arrugginita
nel mio petto. In quell’era, fammi
crescere: un anello per ogni anno, che segna
prosperità e secca e alluvione. Fammi ancorare di più, nelle
tue radici; rendimi parte di qualcosa di più
grande. Fammi crescere forte abbastanza
così che anche dopo la caduta
io possa esserti d’uso –
legname grezzo per travi e travicelli, un tetto
per il tamburellare incessante della pioggia stanotte. Uno spaccato
del mio tronco messo sul giradischi – registrazione
di una cosa passata, musica di una cosa
a venire. Una canzone per ogni anno
in cui imparerò ad amarti meglio.

per ConPao, un anno dopo

original English here

Scelte

Standard

E quinni, che volemo fare?”

Continuò a guardare il corridoio apertosi davanti al gruppo. In quanto a corridoi, non era niente di speciale. La sua corridoietà era tutta lì, incastonata nelle pietre dei due muri che diventavano un soffitto ad arco, nelle torce a intervalli regolari, nel rumore echeggiante delle loro voci che si perdeva lungo, appunto, il corridoio. Niente di speciale, se non fosse che fino a pochi attimi prima, si trovavano davanti ad un muro decisamente solido, come aveva scoperto Ortensia a malincuore e malintesta.

Hai detto che trappole nun ce stanno, giusto Ortensia?” chiese alla compagna minuta, che ancora si fregava la testa dall’incontro con il mattonato di poc’anzi.

Nulla. Solo un muro che prima c’era – ahia – e adesso no.”

Magie de quarche tipo, Vardak?”

Il cupo, ammantato di blu scuro, e decisamente pavido mago scosse il capo.

Tirarono tutti un sospiro, quasi in coro.

Cercò di contare le torce fin dove riusciva a seguirle con lo sguardo. Arrivò a nove, e perse il conto. Scosse la testa.

Fece un passo avanti.

I tre compagni, Vardak incluso, trattennero il fiato. Si aspettavano il peggio ormai, questo labirinto li aveva già traditi e trattati male quasi ad ogni angolo. Non successe niente. Provò a fare un altro passo, uno ancora, i muscoli si rilassarono, la tensione delle mani attorno al manico dell’ascia si allentò appena. Gli altri due seguirono, ancora titubanti – il mago come sempre, la piccola ladra sbandando di tanto in tanto, causa muro-ora-corridoio.

Continuarono per qualche centinaio di metri, le torce ancora regolari se un po’ fievoli. Svoltarono due, tre, altre volte. Provava a tenere la mano dalla pelle grigio-verde sul muro alla sua destra, un vecchio trucco che non aveva mai avuto modo di provare, e non sapeva in effetti a cosa servisse. Il muro, dal canto suo, rispondeva con viscidume assortito e muschi. Sentivano rumori acquitrinosi, gocce irregolari, e gorgoglii.

Il corridoio, inaspettatamente, si aprì su una stanza simile a quella dell’ultimo scontro: un braciere al centro, spento da chissà quanto. Si fermarono alla giusta distanza, avevano imparato ormai. Mani pronte intorno ai pugnali, alla staffa, all’ascia, di nuovo in tensione, e in silenzio. Aspettarono che una porta, o un altro muro, si chiudesse alle loro spalle. Vardak iniziò a borbottare qualcosa mentre una luce bluastra gli si accumulava sulla punta delle dita. Ortensia zampettava da un piede all’altro, sorridendo nervosa.

Rieccoce,’ ringhiò con piacere, stringendo le mani attorno al legno lavorato.

Tirate iniziativa.’

—-

Ti ritrovi di nuovo davanti ad una scelta, anni dopo. Il gruppo sì, è dietro di te, ma in altri modi, e con altri nomi. Non è un corridoio che ti si para davanti, non solo. Sospiri. Stringi le mani intorno alle maniglie. Alzi gli occhi, non ti guardi indietro.

Dentro di te tiri un d20, cercando in qualche modo di passare una prova di coraggio; coraggio che ha fatto finta di esserci fino ad ora, ovvio.

Scuoti la testa, non aspetti il risultato; fai un passo avanti.

#GloPoWriMo 2018 19 – Preghiera di Demetra ad Ade

Standard

Solo questo chiedo per te: conoscenza.
Capire ogni desiderio ed il suo limite,
sapere che siamo responsabili per le vite
che cambiamo. Nessuna fede è gratuita,
nessuno crede senza dover morire.
Per la prima volta ora
mi è chiaro il percorso che hai creato,
l’intero terreno una scoria,
nonostante tu sognassi ricchezza
di fiori.
Non ci sono maledizioni, solo specchi
davanti alle anime di dei e mortali.
E ora anch’io rinuncio a questa fede.
Credi in te stesso,
avanti – vedi cosa succede.

 

Rita Dove, “Demeter’s Prayer to Hades”, from Mother Love, W.W. Norton, New York 1995.
Translated by permission of Rita Dove.

Summer, by Natalia Ginzburg

Standard

I wanted to die because a man, but also because of so many other things, because I owed my mother money, and because the caretaker stank, and because summer was hot, blazing, in the city full of memories and roads, and because I thought that I could be of no use to anyone, in that state.

From Summer, full text in The Short Story Project.
Original Italian by Natalia Ginzburg.

#GloPoWriMo 2017 2 – istruzioni

Standard

apri ad una pagina multipla
di tre con un dito dispari
dopo averne leccato la punta

il fuoco è acceso la fiamma alta

scorrila tre volte e conta
e conta e conta una volta di più:
tre gli ingredienti tre i percorsi

il fuoco è acceso la fiamma arde

il primo lo troverai sparso ovunque
ma devi estrarne i chicchi uno ad uno
e dovrai chiedere aiuto per macinare

il secondo si annida in angoli bui
sorvegliato da paia di paia di occhi
uno ti basta ma procedi con cautela

il terzo lo dovrai estrarre a mano
scegliendo animali con cura e rispetto
per non farlo guastare verso casa

il fuoco è acceso la fiamma stride

uniscine i tre ingredienti
ruota su te stessa tre volte
versane un po’ sulla mano

il fuoco è acceso la fiamma sorride

chiedi permesso alla fiamma
e ungine la superficie
lascia sia lei a guidarti

[prompt da Napowrimo.net (ricetta)]

#GloPoWriMo 2017 1 – lettera ermetica in due parti a me stesso più giovane (haibun)

Standard

perchè in realtà è una cosa semplice una materia non difficile da capire da gestire da digestire e processare ma quello che manca a volte è l’impulso iniziale, la scintilla di partenza. una reazione troppo veloce lascia il tempo che trova ma il tempo volendo si trova anche per le cose più lente, non è necessario mettere da parte parole e impegni per dedicarsi ad altri ed altre ed altrimenti ci si ritrova col tempo ad aver perso il tutto. te lo dico da ora da adesso da questo momento nel tempo che si ritrova ad essere il tuo futuro ma il mio presente e non mi aspetto che la mia presenza sia troppo influente alla fine sul tuo, anche se spero in un minimo di comprensione – o perlomeno curiosità. come cominciare. da dove partire. perchè continuare. dove trovare la forza il motore l’azione necessaria per partire sì ma con impegno materiale. ascoltami. leggimi. continua quello che fai, ma fai caso a come lo usi. fai caso alle parole che usi, alle parole che scegli, a quello che scegli di fare. ti servirà anche da lezione nel tempo che manca ad arrivare qua, da me, all’arrivo – almeno per ora.

beginnings are still
the hardest part of it all
and yet, we insist

 

[prompt da Napowrimo.net (haibun) e Jo Bell (lettera a se stessi a sedici anni)]

te che non impari mai

Standard

non hai mai imparato ad ascoltare le voci che non ti chiamano
preferisci dare retta ai post-it che portano il tuo nome
i titoli di libri canzoni bottiglie di shampoo che non usi più
scatolette con valori nutrizionali che fai finta di capire
di sapere se sono in linea con le tue credenze le tue scelte le tue
idee di educazione per poi passare ad un menù a troppa scelta
alla ricerca di qualcosa di nuovo (tanto poi scegli sempre margherita)

non hai mai imparato ad ascoltare le voci che non ti cercano
andare d’accordo con i messaggi e le notifiche sul tuo schermo
ti resta più facile più diretto più decisamente rivolto a te
che non devi installare nulla di nuovo per farle funzionare
e il supporto tecnico si può applicare su tutta la gamma
delle emozioni programmate che ti girano sullo sfondo
senza sfinire la batteria come l’ultima volta (clicca per la rece)

non imparerai mai rimasto senza un manuale o un video
che ti mostri come procedere una serie di istruzioni
che ti aiutino a distinguere cosa conta e cosa no cosa vale
e cosa no cosa importa veramente cosa cambia questa volta
cosa succede se ti ci applichi cosa succede se centri cosa c’entra
se manchi se ti manca se manca qualcosa alla fine all’arrivo
———————————————————————-

Staccati

Standard

Veniva dal sud, quel pomeriggio,
come vennero loro tempo prima,
e portava con sé il gelsomino. Ne portava
l’odore, i fiori, i colori e i rami.
Li portava in mano e li porgeva
uno ad uno, con delicatezza a volte,
a volte a manciate, tirate in faccia,
quando meno te lo aspetti.

Sembrava un pomeriggio da innamorarsi
fra l’estate dietro la pagina e le nuvole oziose,
fra la brezza e il sole a pioggia fra i capelli,
fra calabroni e motorini che si corteggiavano
a distanza di un paio di strade e qualche cortile.

Il gelsomino, a tardo pomeriggio, strinse le foglie
e prese mira, spietato, tra occhi e bocca dello stomaco,
con calma, dolcezza, odore di spezie rimaste
dagli avanzi del pasto ancora in tavola.
Mostrare i denti è aggressione, per alcuni
reazione immediata di un senso spiazzato,
lasciati per la strada – risolino, occhiata, paura
che striscia e ronza tra le foglie.

Era un pomeriggio soleggiato, da riposo,
ma il gelsomino non dava tregua. Tralicci
lanciati all’assalto di balconi e memorie,
arpioni nell’intimo, selvaggio nel suo agguato.
In cucina, piatti sporchi, un portatile aperto,
bozza di una lettera mai inviata, bottiglia d’acqua vuota.

NaPoWriMo / GloPoWriMo 2016 30 – Teoria dell’impatto

Standard

Sono le 4.13 del primo gennaio 2010. Le tende sono mezze tirate. La luna mi fa vedere la ragazza addormentata accanto a me, dandomi le spalle. Ha delle forme a stella tatuate lungo la spina dorsale. Ognuna più piccola della precedente, fino a che il vuoto sotto al piumone mi rende impossibile vederne altre. Ci siamo conosciuti stanotte. Con la punta delle dita misuro la distanza tra le prime due stelle. Poi la dimezzo, poi ancora, poi ancora. Perché l’infinito non è spazio e tempo, è un processo.

(Input da Napowrimo.net per oggi era di tradurre una poesia. Gioco in casa. Originale inglese di William Letford, ‘Impact Theory’ in Bevel.)

11125449_427944804051200_997035885_n