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Baia Inglese, di Evelyn Lau

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Di nuovo ci troviamo sulla battigia,
tra resti di conchiglia e plastica,
garza di alghe che mi intrappola i piedi come rete.
Fregate rosse e la grigia nebbia Onley delle isole.
Il luccicare a conchiglia del sole sull’acqua, cielo a lisca di pesce.
Pensavo ad un film in cui un uomo affogava
in mezzo all’oceano, onde enormi si ergevano
intorno a lui come dune nel deserto, e a come una volta ho detto,
è così che funziona, il dolore –
anni fa, prima che morisse qualcuno.
Chi sapeva quanto si sarebbe espanso l’oceano,
quanto sarebbero cresciute quelle onde.
Poi sono entrata in acqua, in quel mondo marino
di laminaria e plankton. Il verde che mi lambiva le gambe
ha viaggiato per miglia per arrivare in questa baia.
Un cappio di nuvole appeso all’orizzonte.
Spore, sabbia nell’aria ruvida. Non c’era nessuno a cui tengo.

[Originale in inglese di Evelyn Lau, ‘English Bay’]

Sale e pelle

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Come una semina che non dà frutto
tra sabbia tiepida e risacca rabbiosa
iniziano ad erigersi i ripari
per le grandi migrazioni estive
esili per scelta, puntuali, a scadenza.

Io vorrei solo sdraiarmi
sulla strada, a guardare le nuvole
che passano al di sopra dei palazzi,
fondermi con l’asfalto e le gomme
delle auto rimaste

evitare il canto degli insetti
che si crogiolano nelle vagonate
di sale, pelle e sudore umano,
calcolare le distanze tra sbucciature
e nei, creando una nuova mappatura

di percorsi ipotetici da svelare
non migrazioni ma tappe pigre
da tracciare con mani e dita,
a occhi socchiusi di pomeriggio, di sera,
di mattina mentre dormiamo ancora

sdraiati, sulla strada, la sabbia tra le dita
dei piedi, le nuvole che migrano pigre
che seminano tempeste e rabbia che sale.