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#GloPoWriMo 2017 3 – sempricità

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i will always non è una promessa
ma un progetto, un modo di ricordare
a chi interessa e a te e soprattutto a me
che ‘per sempre’ non significa ‘senza fine’.

c’è una periodicità nell’always che
a noi manca, fissati sul sempre che
spesso perde contro il forse e il quando
e il dubbio che rimane nel mentre

rimane anche per sempre se non
si sta attenti a come e quando si usa.
mentre always rimane ad aleggiare
quasi con noncuranza noi ci perdiamo

sul piccolo di quel i intenzionalmente
minuscolo, e l’intenzione di quel will
potrebbe fare anche di più, dandogli
tempo. che nel sempre, anche se non è

un always per fortuna
non manca mai del tutto.

 

[Prompt da Napowrimo FB, cominciare con i will always]

gli uomini piangono in palestra, di Andrew McMillan

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gli uomini piangono in palestra
usano l’asciugamani per coprire
i singhiozzi    i cuori cresciuti troppo
per i loro petti    i petti cresciuti troppo
per le loro camicie    sono vestiti come bimbi
che si son dimenticati la roba da ginnastica
piangono nei cubicoli dei cessi
e poiché si sono scolpiti
come statue vuol dire che Dio
è entrato in loro    strizzano
il viso come asciugamani sudati
nel lavandino    le vene stanno per
rompere gli argini    stanno straripando
da se stessi sulle piastrelle
si sono cambiati l’acqua in shake
si sono avvicinati troppo agli specchi
si sono avvicinati troppo al vetro
e ora sono sdraiati
nella pozza incrinata dei loro visi
le loro file!    le distensioni declinate
la flessione per il bicipite    aspettano    fissano
davanti a sé    giurano che l’umido
sulle guance è solo sudore
che le parole mormorate mentre sollevano
non sono nulla    che non sentono
nulla quando il muscolo si strappa
da se stesso    che non sentono
le migliaia di piccole fratture
necessarie a costruire qualcosa di più forte

[Originale in inglese di Andrew McMillan, ‘the men are weeping in the gym’ in Physical]

Come amare, di January Gill O’Neil

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Dopo aver rimesso piede al mondo,
c’è la questione di come amare,
come coprirsi per la mattina gelata –
lo scricchiolare dell’erba di ghiaccio sotto i piedi, lo stridio
di tergicristalli freddi sul parabrezza –
e convertire il tempo in distanza.

Che canzone cantare sulla strada vuota
mentre inizi la tua mattina da pendolare?
E c’è abbastanza in te da vedere, vedere davvero,
i tre tacchini selvatici attraversare la strada
le teste spiumate e gambe come trampoli
alla ricerca di un pasto? Niente da fare
tranne sistemarsi, aspettare che siano salvi dall’altro lato.

Mentre tentenanno via, ti chiedi se vogliano
essere stupiti di nuovo nel mondo. Forse lo vuoi anche te,
aspettando che tutto questo faccia strada all’amore,
guardare negli occhi di un altro e sentire qualcosa –
il piacere di un nuovo amante nella notte ancora intera,
le tue ali ripiegate su di lui, dall’altro lato
di questo gennaio lacero, come alla fine di un lungo sonno.

[Originale in inglese di January Gill O’Neil, ‘How to Love’]

Ricreazione, di Audre Lorde

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Venire insieme
è più facile da lavorare
dopo che i nostri corpi
si trovano
carta e penna
né preoccupazione né profitto
se scriviamo o meno
ma come si muove il tuo corpo
sotto alle mie mani
carico e in attesa
spezziamo la catena
mi crei contro le tue cosce
collinosa con scenari
che si muovono nei nostri paesi di parole
il mio corpo
scrive nella tua carne
la poesia
che fai di me.

Toccandoti afferro la mezzanotte
e la luna mi accende un fuoco in gola
ti amo da carne a fioritura
ti ho creata
e ti prendo creata
dentro di me.

[Originale in inglese di Audre Lorde, ‘Recreation’]

Il cuore è una terra straniera, di Rangi McNeil

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La nostra è lingua parziale e in parte pantomima
in parte sudicia supposizione: speculazione adulterata
in significato & motivazione.

Tradotto, cuore indica un congegno familiare,
universale ma la composizione chimica varia –
anche a componenti solite e non fuori dal comune.

Il mondo non ci deve niente. Ci promette anche meno.
Chiamala: libertà. Libero arbitrio. O mercoledì.

[Originale in inglese di Rangi McNeil, ‘The Heart is a Foreign Country’]

Autopsia, di Sherman Alexie

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Ho sognato stanotte il mio passaporto sanguinante.
Ho sognato che il mio passaporto era il masso
funebre per i nostri Stati Uniti, recentemente defunti.
Ho sognato che mio passaporto era fatto d’osso –

che era una canoa scavata nel sasso.
‘Non so nuotare,’ ho detto. ‘Annegare è inevitabile
se non raggiungo riva. Sarò solo nel mio collasso
nel sale. No, troveranno il mio cadavere

con altri corpi, tutti marroni, un numero incalcolabile.’
Ho sognato che il mio passaporto era un libro di preghiere,
inascoltate dagli dei, invece fatte scrivere
da verificatori incravattati. ‘C’è più di un errore

nei suoi documenti,’ mi hanno detto. Sembrava grave,
mi han portato in una stanza di unghie su piastrelle sporche.
Ho sognato che il mio passaporto era la chiave
ma i soldati avevano bruciato le porte,

tutte le porte—una conflagrazione di porte.
Ho sognato che il mio passaporto era il mio pastore:
‘Sherman, contro i carnivori ti batterai forte
o darai le spalle ai più deboli, a chi già muore?

Sarai rifugio? O sarai collaboratore?’
Stanotte, ho sognato il mio passaporto che vive
mentre entra in terapia intensiva. Respira, gli batte il cuore,
poi sospira e chiude gli occhi. Non sopravvive.

[Originale in inglese di Sherman Alexie, ‘Autopsy’]

Sulla dissidenza, di Joanne Leow

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La rete che preme contro
la tua pelle,
fatta di fibre sottili d’acciaio
che lasciano un’impronta solo
quando ti ci spingi contro.

Abbiamo passato buona parte delle nostre
vite senza sapere della sua esistenza.

Se lavorassi in silenzio con un taglierino su
questo lato della rete
per creare un’apertura minuscola
non penso riuscirei
a districartene fuori.

Ho lasciato persone anch’io.

Quello che mi rimane è di infilare piccoli
pezzi di carta piegati attraverso
i buchi nella rete.
Ripiego ogni missiva, ne spingo
una serie dall’altra parte.

Si leggono come frammenti
sconnessi. Forse li prenderai
uno ad uno, li poserai
a terra, piatti, li riordinerai
in modi che hanno
senso per te.

Posso solo ricordarti
che io mi ricordo. Che
aspiro alla precisione,
anzi, alla verità.

Da questo lato, la rete luccica.

[Originale in inglese di Joanne Leow, ‘On Dissidence’.]

giardiniere, di Lisa Zhang

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ho sentito da mia madre che
devo essere una persona completa
prima di poter amare.
beh, sono stata architetto.
ho versato cemento per anni,
ed ho un edificio brutale
che sembra fatto per resistere.

è un errore –
cercare di sopravvivere alla vita.
non sarò mai completa.

per tutto il mio imparare,
so ancora meno di socrate
ma so questo:
ti meriti qualcosa che cresce –
diventiamo giardinieri.

voglio amarti in un groviglio di liane –
spierò in quell’ammasso di verde
e sarai lì, okay con come sono –
mentre piango dentro come una bambina
o affetto i miei nemici con la lingua di mia madre.

curiamo il nostro giardino ogni giorno,
ogni notte,
ecco la routine:
la luce di una piccola lampada da condividere.
dormiamo in una piccola giungla
finché non arrivo al mondo dei sogni –
tu perdi i sensi fino a mattina

[Originale in inglese di Lisa Zhang, ‘the gardener‘]

Dovrei, di Franny Choi

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A dire il vero dovrei essere gentile con i bianchi
che mi sorridono per strada, che mi lasciano
entrare nelle loro riviste & scuole,
che mi prestano i figli per insegnargli.

Dovrei rispondere col sorriso all’uomo che mi chiama
bellissima. È una parola più cortese di erezione
anche se meno precisa. Facciamo tutti sacrifici
per tenerci gente intorno. Allora quando

la donna bianca si inchina, dovrei almeno
apprezzare lo sforzo, invece di lasciarne il sapore
marcirmi in bocca, yogurt acido,
latte & limone nella stessa tazza di tè.

& quando skinhead & cravatte sciamano
a chiamare la mia bocca troppo tagliente, troppo manuale,
troppo strillante & sirena & di sbieco, dovrei
apprezzare il riscontro, parlare propriamente,

lasciarmi lo sputo in guancia fino a renderlo un bagno
caldo per lenire tutta la brava gente che ho accusato
di lasciar fare alle loro mani il lavoro degli schiavisti
& ladri da cui discendiamo. Dovrei guastarmi,

arricciarmi, cullarli & dirgli che si meritano
tutte le loro spoglie. Che non devono niente al mondo
tranne la conquista. Che mi scuso per averli fatti
sentire a disagio. Mi scuso, cioè, per essere stata

arredamento disubbidiente. Dovrei scusarmi
per prendere tanto spazio quanto un uomo, oggi.
Per ridere troppo forte. Per camminare come se
volessi vivere. Per darmi un nome

al di là di una griglia turni & carne.
Per indossare pugnali alla festa. Per indossare
la mia sola, brutta faccia. Per cantare. Per cucinarmi
un pasto caldo. Per mangiarne ogni morso.

[Originale in inglese di Franny Choi, ‘Should’]

NaPoWriMo / GloPoWriMo 2016 3 – Caro mio

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Parliamone. Lo sai te e lo so io
che in realtà non si tratta
proprio di ammirazione –
diciamo che ci tolleriamo a vicenda.

Come vogliamo andare avanti
quindi? Non voglio, a dire il vero,
dover cambiare per compiacerti
dover cambiarti per piacermi

i compromessi sembra
non valgano a nulla
perché gira e rigira ci troviamo
sempre qua, uno davanti all’altro
a squadrarsi, soppesarsi, sospirare.

Torsioni, torti e storture
in realtà fuori dai margini,
lo sappiamo entrambi,
ma che ci incolpano lo stesso.

Non siamo solo grezza materia ma
vorrei anche sperare che a studiarsi
meglio, si impari ad apprezzarla
comunque, ciò che hai davanti –
di nuovo, ancora, finalmente.

Come lettera è breve, lo ammetto.
ma in realtà è solo una richesta,
tête-à-tête, vis-à-vis, occhi negli occhi:
non riflettere troppo. E se lo fai,
che sia con sincera onestà.

(Prompt: Fan letter, via NaPoWriMo.net)