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Summer, by Natalia Ginzburg

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I wanted to die because a man, but also because of so many other things, because I owed my mother money, and because the caretaker stank, and because summer was hot, blazing, in the city full of memories and roads, and because I thought that I could be of no use to anyone, in that state.

From Summer, full text in The Short Story Project.
Original Italian by Natalia Ginzburg.

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London, July 2016

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Frame me here
pin me to this evening
of summer dresses and topless
joggers running from business
into a bustling busy city
that wakes at the close
that gathers its strength
that swipes the day clean again
loses its filters and sheens
that walks close to its lovers
its friends its followers
make this night a hashtag
make it viral in its living beating buzz
make it sing make it dance in the street
make it jump to reach its signs:

the world is not ending
any time soon
we have more nights to write
more walks to write
more books to write
more smiles to write
more plans to write
more to write
than we possibly can
in just this one worldful

Danez Smith

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‘When the world is too much.’ Quando il mondo è troppo. Da sopportare, da sostenere, da seguire.

Non è la mia di voce che importa, che serve, che conta al momento. Rinuncio quindi alle discussioni sull’invisibilità di chi traduce, per fare da tramite a queste, di voci. Una al giorno. Diciassette giorni. Diciassette voci, per più di 530 persone uccise.

Da estate, da qualche parte

[…]

non serve la geografia
ora che siamo al salvo ovunque.

indica quello che vuoi
& chiamalo chiesa, casa, o amore.

il paradiso è un mondo dove tutto
è asilo e niente è un’arma.

qua, se cresce conosce il suo posto
nella storia. ieri, un pioppo

mi ha detto di un vecchio bosco
colmo di frutti che chiamerei zio

strabordanti di polpa rossa & in fiamme,
raccolto di campane scure mosse dal vento.

dopo esser caduto dall’arto
ho baciato resina nella ferita.

sai cosa vuol dire abitare
in un posto che ti ama a sua volta?

qua vogliono essere tutti neri & lo sono.
guarda – il bosco è uno stormo di ragazzi

mai cresciuti, che fioriscono
all’infinito, capelli afro come corone d’acero

che si ergono come resina verso cielo. guarda
Bosco che corre sotto la pioggia, rami

che si sciolgono in ricci di carta, che schiva
sotto il monte per trovare riparo. guarda

la montagna si scopre un ragazzo.
guarda Montagna e Bosco che giocano

sotto la pioggia, guarda la pioggia che scioglie tutto
in un ragazzo occhi marroni & peluria bagnata –

il lago diventa un ragazzo nella pioggia
la palude – un ragazzo nella pioggia

i campi di lavanda – fratelli
che ballano tra le tempeste.

se premi l’orecchio al suolo
lo senti mormorare, non come pieno

di scarabei & altri dei minori
ma come una bocca pregna di verbo

& altre glorie. ascolta il suolo
il suo crescendo di un ragazzo di ritorno.

vieni. celebra. questo
è l’ognigiorno. ogni giorno

santo. ogni giorno santa
festa. ogni giorno nuovo

anno. ogni anno, giorni si allungano.
tempo ingombro di ragazzi. i ragazzi

Oh i ragazzi. arrivano ancora
a fiumi. il vecchio mondo

li strangola. il nostro nuovo
non smette di sputarli fuori

chiedi al ragazzo-montagna di prenderti
sulle spalle se vuoi vedere

il vecchio mondo, chiedigli di sporger
-si & sarai a casa. scendigli

& cammina nel quartiere.
cresci le ali & vola sulla città.

tutte le armi mirano al cielo.
gli avvertimenti ti tritano le piume.

ricadi sulla parte non-metallica
della montagna, piangi se devi.

quel mondo ci ha resi materia
oscura. abbiamo chiesto solo i nostri nomi

su una bocca che conosciamo
da decenni. alcuni miracolati

conoscevano la bocca.
i decenni ci hanno tradito.

là, sono affogato, addietro, una volta.
là, sapevo nuotare ma non potevo.

là, uomini a riva & guardavano me che affogavo.
là, ero pesce morto, il fiume il mio signore.

là, avevo una faccia & poi non più.
là, mia madre ha pianto per me

ma io non c’ero. ero qua, nella mia
acqua, cantando una canzone imparata da qualche parte

a sud di qualche parte peggio. è stato quando
le direzioni importavano. ora, ovunque

sono è il centro di ogni cosa.
sono il signore di qualche cosa.

cosa ero prima? un ragazzo? un figlio?
un’avvertenza? un mito? ho fischiato

ora sono il signore dei fischi.
ho costruito il mio Olimpo lungo la corrente.

non sei benvenuto qua. fidati
il viaggio ti uccide. vai a casa.

ci siamo guadagnati questo paradiso
con una morte che non ci meritavamo.

sono sicuro ci sono altri qui.
un qualche parte per ogni tipo

di qualcuno, un paradiso di brune
ragazze che si intrecciano su scalinate d’oro

ma qui  —

come to lo posso spiegare —

qualcuno ha pregato che riposassimo in pace
& eccoci qua

in pace                 intera                 per l’intera estate

Hanif Abdurraqib

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‘When the world is too much.’ Quando il mondo è troppo. Da sopportare, da sostenere, da seguire.

Non è la mia di voce che importa, che serve, che conta al momento. Rinuncio quindi alle discussioni sull’invisibilità di chi traduce, per fare da tramite a queste, di voci. Una al giorno. Diciassette giorni. Diciassette voci, per più di 530 persone uccise.

Se è l’estate del 2009

e sei in una macchina con piú corpi
dentro che numero di porte fuori
e “Party In The U.S.A.”
viene trasmessa alla radio, tutti iniziano a cantare.
Non c’é discussione. Succede basta
anche quando l’aria si é rotta e il sole ti scava
la pelle cercando qualcosa da prendere e spaccare
in due, o anche quando in questa bagnarola da rottamare,
tramandata in famiglia come una malattia,
la tua mano sfiora la mano che eri troppo
timido per trascinare in pista mentre il gruppo suonava
un altro bis nella notte, cantando “Party In The U.S.A.”
con le finestre abbassate non c’è cazzi.
Anche se devi attaccare il pilota automatico sulla strada vuota
per chiudere gli occhi e ti sgoli sulla nota alta,
questi sono i sacrifici che una generazione come la nostra deve fare.
Nessuno fa finta di non sapere le parole
come questa canzone, questo dolce heavy metal non arrivò
allo stomaco di bambini come noi, pregando per una via d’uscita
in una notte che salveremo per quando avremo bimbi in braccio e voglia di nostalgia.
Tutti la cantano tutta, anche Jason che è cosí punk rock che sanguina su tutto
così punk rock che fa sempre finta d’esser morto
un giochetto ha imparato quando eravamo bambini e il bar
giù a Livingston smise di servire suo padre molto prima dell’ultimo giro
e non c’erano più cose da rompere
in casa sua tranne le ossa di qualcosa
che gli somigliava.
Cantiamo tutti, ma il cantare non perdona la nostra gioventù
per essere segno di tempesta,
non può evocare il guscio di una casa in cui le nostre madri stanno ancora
respirando e ballando lente con la brezza nel salotto.
Canta perché fa bene avere qualcosa in questo paese
fa bene far passare qualcosa in bocca
e lasciarla mescolare ad altre voci che forse conoscono il lutto
che ti porti addosso o almeno lo faranno al secondo ritornello
o direttamente a fine pezzo
o per quanto ci metterà il sole a stufarsi di noi
e lasciare questo posto
tutto nella sua scia una pozzanghera che ci godiamo abbastanza a lungo per dimenticare
che siamo neri ventenni cioé troppo vecchi
per queste cazzate
e per cazzate ovviamente intendo vivere
Ovviamente voglio dire che abbiamo trascinato i cadaveri di abbastanza fratelli più giovani per poter dimenticare che a quest’ora dovremmo esser già morti
dovremmo avere la decenza di alleggerire l’America
col nostro morire sul ciglio di una strada dissestata
e questo forse spiega il silenzio che matura in una macchina
accostata sulla I-72 alle 2 del mattino con nessuno in
vista tranne noi e quattro poliziotti che scambiano
la nostra sbandata di gioia per ebbrezza o peggio e
sapere cosa ci lasciamo dietro se usciamo da un’auto,
che ci sono troppi modi di chiedere le mani in vista dopo la fine di una festa,
quando le grida squarciano una notte cosí sgozzata che può essere solo una bara dove
a pezzi per il tremare, sappiamo di dover
obbedire a tutto
dopotutto
É la nostra canzone.

Sale e pelle

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Come una semina che non dà frutto
tra sabbia tiepida e risacca rabbiosa
iniziano ad erigersi i ripari
per le grandi migrazioni estive
esili per scelta, puntuali, a scadenza.

Io vorrei solo sdraiarmi
sulla strada, a guardare le nuvole
che passano al di sopra dei palazzi,
fondermi con l’asfalto e le gomme
delle auto rimaste

evitare il canto degli insetti
che si crogiolano nelle vagonate
di sale, pelle e sudore umano,
calcolare le distanze tra sbucciature
e nei, creando una nuova mappatura

di percorsi ipotetici da svelare
non migrazioni ma tappe pigre
da tracciare con mani e dita,
a occhi socchiusi di pomeriggio, di sera,
di mattina mentre dormiamo ancora

sdraiati, sulla strada, la sabbia tra le dita
dei piedi, le nuvole che migrano pigre
che seminano tempeste e rabbia che sale.

Nota olfattiva

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Ti posso mandare il profumo
di pineta e ginepro, al posto di quello
del gelsomino sotto casa, tramite Whatsapp?
O è meglio Telegram, secondo te?
Se lo ripiego lungo la linea
tratteggiata costiera che
incontra i miei passi
mentre scorrono i giorni,
a tratti un po’ lenti, altri a corsa,
c’entra su un documento Open Office?

No, mi sa di no, mi sa che tocca
portarti qui, nello spazio fra un pino
e l’altro, con gli aghi sotto le piante
dei piedi e la sabbia che si attacca ai gomiti
e la salsedine che impiastriccia i tasti
e le lingue straniere salate e impastate
e il segnale che cala, lasciandoci a secco,
senza profumi, senza pineta, senza ginepro.

140story – Tryptich

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Story is complete, and summer has definitely gone.

140story – Summer continued

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This is almost a companion piece to Angles.

Angles

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Yes. Come on! It does, actually. If you just. Try sitting closer. No, not like that. Here, let me show you. There. Yes. Look at it from here. There. Right? It’s almost like home. Almost.

I never thought I’d miss it either. It’s not how I imagined it would be, none of the expected trodden feelings of sweet sorrow or heart clenching or the sickness or the longing. No. Nothing like any of those, is it? It’s more of active motion towards an image I seem to have. I think I have. You know the one I mean? Yeah, something of the sea, something of Greece, something of Italy, the South, something Mediterranean about it. What? Why are you smiling? (Summer looks good on you.)

Yes. Active motion, as in. It’s as if I’m trying to. Attempting to create an image, a feeling, a whole context for this type of moment. I don’t know. I’ve never actually seen been in this type of moment. I think. I think I’m trying to reach something that I want to think I belong to without really. Yeah, I know. No. I’m not making it up. I don’t know. I’m sorry. Why are you smiling again? Just. Look, try thinking of it this try imagining that the wind is the sea as well as the wind. I can describe the smells if you want if it helps the salt

Okay. Close. Look at it from here. Close your eyes. Breathe it. It closes in.